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La doppia minaccia che oggi insidia il Partito democratico

«Ormai sembra che per la debolezza della politica siano i Grillo-boys a dettare l’agenda…». Così scriveva ieri sull'”Unità” un osservatore attento qual è Gianfranco Pasquino. In lui si avverte il timore che i partiti stiano perdendo tempo di fronte all’incalzante campagna che tende a delegittimarli. La «buona politica», se esistesse, potrebbe ancora vincere la partita, ma dovrebbe manifestarsi attraverso provvedimenti immediati, che invece ristagnano in «un’estenuante fase di gestazione».
Difficile non essere d’accordo con l’autorevole politologo. Tuttavia bisogna ammettere che il tempo della rivincita è scarso. Lo è soprattutto per il Partito democratico, che deve ancora nascere e già è chiamato a un colpo d’ala. Cioè a uscire da quella condizione un po’ vaga e nebulosa in cui veleggiano alcuni dei suoi massimi rappresentanti, con il rischio di compiere rischiosi passi falsi e soprattutto di farli compiere al governo Prodi.
Deve essere sulla base di queste considerazioni che ieri il segretario dei Ds ha chiesto al presidente della Camera di «congelare» l’ultimo aumento d’indennità maturato per i 530 deputati della Repubblica. E pazienza se la mossa si è rivelata superflua perché Bertinotti si è affrettato a precisare che l’indennità è stata già bloccata da mesi, si suppone con l’accordo di tutti i gruppi. Sta di fatto che il passo di Fassino rivela uno sforzo di buona volontà, al di là del valore simbolico della cifra in ballo (appena 200 euro mensili). Peccato, semmai, che il Senato non sia riuscito a mostrare analoga sensibilità.
Il punto però è un altro. Se si vuole incidere sui «costi della politica» bisogna agire con ben altra determinazione. Lo scenario è noto ed è sotto gli occhi di tutti: ministri e sottosegretari non sono mai stati così numerosi come nell’attuale governo e il peso economico delle istituzioni, dal Parlamento agli enti locali, è percepito come quasi intollerabile. Inutile dire che il corto circuito è vicino. Il «caso Grillo» è la spia di un malessere dilagante. Fassino si preoccupa dei suoi riflessi sugli assetti del centro-sinistra e in particolare sul nascituro Partito democratico. Non ha torto.
Il Pd dovrebbe essere all’avanguardia su questi temi, con proposte drastiche e realizzabili. Invece resta nel generico. Così si espone a un doppio attacco. Da un lato si dimostra vulnerabile all’anti-politica oggi rappresentata da Grillo, e domani chissà, forse da qualcun altro. Dall’altro si rivela fragile là dove dovrebbe essere forte, cioè negli accordi di vertice. L’addio di Lamberto Dini e di altri due senatori (oltre a Fisichella) costituisce sotto tale profilo un segnale allarmante. Dini accusa il Pd di non avere un profilo “liberaldemocratico” ben chiaro, di non esprimere una visione abbastanza riformatrice.
Non è un voltafaccia, almeno non per ora. Nonostante le ipotesi maliziose, il gruppetto non intende incoraggiare le speranze di Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio si limita a fare un passo indietro e resta nell’area del centro-sinistra. Ma non c’è dubbio che la sua iniziativa indebolisce insieme il Partito democratico e l’asse del governo. Il primo viene reso vulnerabile sul lato destro, il che rende un po’ meno credibile il tentativo (Veltroni, Letta) di accreditare il nuovo soggetto presso i ceti medi. Il secondo rischia di perdere il sostegno di tre senatori decisivi. Solo un pericolo, al momento. Ma la Finanziaria è alle porte e il peso contrattuale di Dini è molto cresciuto.

La doppia minaccia che oggi insidia il Partito democratico
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