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La fuga dei cervelli costa otto miliardi

  I più grandi economisti dicono che nelle università si giocano i destini del Paese, dal momento che sviluppo e innovazione dipendono da quello che accade nelle aule e nei laboratori di ricerca degli atenei. Però anomalie e ritardi hanno messo in pericolo l’eccellenza. Il passaggio all’università di massa non poteva essere indolore: dai 310.000 universitari del 1960, quando in Italia iniziava il boom economico, siamo passati a 1 milione e 800 mila iscritti. La cifra di oggi ha ottuplicato quella di partenza nonostante il consistente calo demografico ancora in atto. La crescita vorticosa però non è stata sostenuta da politiche adeguate, mentre la Finanziaria in discussione, stando alla bozza in circolazione, progetta un taglio di 60 milioni di euro l’anno, risorse sottratte ad un budget che non permette davvero di scialare. A ciò si aggiunge l’abbattimento del 40% delle spese sostenute per i contratti e i contratti significano ricerca. Niente di nuovo, si dirà, le Finanziarie tagliano. «Però è già stato raschiato il fondo del barile – dicono i rettori dei 72 atenei pubblici – Non ci sono sprechi, se scendiamo al di sotto degli attuali livelli c’è l’asfissia, la non garanzia dei servizi agli studenti, la regressione della ricerca, dei laboratori e dell’offerta formativa».

Intanto in queste ore nelle università monta la protesta contro il ddl sul nuovo stato giuridico dei docenti: «Precarizza i giovani – afferma Giunio Luzzatto, docente di analisi matematica alla Statale di Genova e studioso dei problemi dell’università – Il ddl cancella il ruolo del ricercatore e difende i vecchi docenti, facendo passare il principio che l’idoneità nazionale, dopo 15 anni in cattedra, non si neghi a nessuno. Risultato: chi può scappa e la fuga dei “cervelli” è in aumento». Preoccupazione condivisa dall’intero mondo accademico. «Quali gli effetti? Quali le conseguenze? Giorno dopo giorno perdiamo colpi – dichiara Carlo Cecere, decano di Ingegneria alla “Sapienza” di Roma – Perdiamo i “cervelli” migliori. I talenti che l’Italia dovrebbe tenere stretti fanno le valigie. Solo nell’ultimo mese abbiamo perso due giovani molto promettenti, ma le perdite sono ben più consistenti, almeno una decina. Chi ha finito il dottorato e non vede chance, se è bravo, cerca sbocchi all’estero. Oggi più di prima».

Enrico Predazzi, presidente della Conferenza nazionale permanente dei presidi delle facoltà di Scienze, lancia l’allarme in modo più esplicito: «Per l’Italia è una perdita secca, che secondo alcuni ammonta a 8 miliardi di euro l’anno. Noi prepariamo i nostri ragazzi investendo denaro pubblico, le famiglie e lo Stato li crescono dalla culla all’università, fino al dottorato di ricerca. Poi, quando hanno 25-30 anni, quando sono formati e pronti a produrre, li “regaliamo” ad un altro Paese, di solito Stati Uniti e Gran Bretagna. E’ un regalo incommensurabile. E mentre gli Usa nella loro Finanziaria hanno un apposito capitolo di bilancio per attrarre nuovi cervelli da altri Paesi, noi non riusciamo neppure a tenerci i nostri».

Dunque, la fuga dei cervelli è in aumento. «Una sconfitta per il Paese – sostiene Luciano Modica, ex presidente della Conferenza dei rettori, ora senatore diessino – Perché dovrebbero aspettare qui dieci anni e non avere certezze? Si calcola che ogni giovane perduto costi almeno un milione di euro alla collettività». Il ministero getta acqua sul fuoco: «Non è vero, il ddl serve a rendere più trasparenti le assunzioni e i migliori avranno sempre spazio».

Intanto le università alzano il tiro e decidono di prolungare fino alla prossima settimana il blocco della didattica, mentre i Senati accademici e i consigli di facoltà d’Italia sottoscrivono a raffica documenti di dura condanna nei confronti del ddl per il nuovo stato giuridico dei docenti. Anche ieri, dopo il parere di incostituzionalità dell’articolo 1 dato dalla Commissione affari costituzionali della Camera, il ministro dell’Istruzione non ha fatto marcia indietro. «Troppi privilegi, chi si oppone vuole conservare la situazione attuale», incalza Letizia Moratti, che ribadisce la sua ferma volontà di andare avanti. E annuncia un dato positivo: «Sono in aumento le iscrizioni nelle facoltà scientifiche».

L’università in passato è stata accusata di difendere il suo «splendido isolamento», con «forme nepotistiche» di reclutamento e metodi di «cooptazione interna» che in certi casi, quelli dolosi, sono finiti sulle prime pagine dei giornali. L’università è stata accusata anche di «assenteismo» per quei baroni che, troppo occupati a seguire i loro impegni esterni, disertavano le lezioni. Mali su cui l’inchiesta appena avviata oggi dal Messaggero cercherà di indagare. Le critiche hanno riguardato anche l’«eccessiva rigidità» della «didattica», causa, spiegano gli esperti, di troppi «abbandoni»: 25% al primo anno, una perdita che arrivava a raggiungere al termine del percorso il 70%, con soli 3 studenti su 10 al traguardo. L’introduzione delle lauree “brevi”, comunque, si è rivelata una «cura» efficace.

La fuga dei cervelli costa otto miliardi
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