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La Stampa – "Il centro di accoglienza per Rom? Costa 3 milioni e non ha i requisiti"

di Francesco Grignetti

Roma, capannone diventato ricovero. L’assessore: va chiuso

Un mostro». È davvero laconico il commento dell’assessore capitolino alle Politiche Sociali, Francesca Danese. «Uno scandalo», le fa eco il senatore Luigi Manconi, Pd, presidente della commissione Diritti Umani. Non trovano parole più accorate e severe per raccontare quello che hanno trovato nel corso di un’ispezione a un centro di accoglienza per rom all’estrema periferia di Roma, in via Visso. La struttura, gestita dalla cooperativa sociale «InOpera», da tre anni ospita, si fa per dire, circa 300 zingari di ogni età, tra cui moltissimi bimbi. Un ex capannone industriale trasformato in pensionato, con stanzette di tre metri  per tre, senza finestre nè luce naturale, con i neon accesi in permanenza. Il ricambio di aria è garantito da alcuni condizionatori. L’odore di chiuso è coperto dal disinfettante liquido.

Lo scandalo dei costi Il Comune di Roma, in epoca Alemanno, ha stipulato una convenzione per cui ogni rom costa 750 euro al mese (vitto e alloggio). Nel 2014 sono stati spesi quasi 3 milioni di euro. «Il centro ha costi altissimi per l’Amministrazione comunale – riconosce l’assessore, che sta studiando il dossier per troncare al più presto la convenzione – e non possiede i requisiti igienico-sanitari. Dev’essere chiuso». Alla visita di ieri c’era anche la senatrice grillina Manuela Serra. Fa un rapido calcolo sugli incassi della cooperativa: «Gestiscono più di 750 euro a persona. Se dati personalmente alle famiglie, secondo le indicazioni di legge del nostro reddito di cittadinanza, vivrebbero senza ricatti e senza  essere costretti a delinquere».

Il «Best House Rom» Mai nome fu più ingannevole per un capannone di 1800 metri quadrati, accatastato quale magazzino, trasformato in pensionato. «Il “Best House Rom” è una struttura – dice Manconi, ancora scosso dalla visita – dove vivono ammassate centinaia di persone che, evidentemente, vengono considerate sottouomini. Siamo ai limiti della disumanità. Sono previsti spazi addirittura inferiori a quelli delle nostre carceri per cui l’Italia era stata condannata dalla Corte europea di Giustizia». La cooperativa è tenuta a garantire pranzo e cena ai 300 rom, non essendo possibile cucinare in stanza. «Il catering era pessimo racconta il senatore – ed è stato cambiato di recente. Non credo che il servizio sia migliorato».

Una lunga battaglia Il consigliere comunale radicale Riccardo Magi e Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21  luglio, da mesi si battono per la chiusura. In effetti è impressionante vedere la sfilza di cellette cieche che si aprono su un unico corridoio, alla faccia dei requisiti di sicurezza. «È ovvio – insiste Manconi – che il capannone non possiede il certificato di abitabilità. E se l’avesse, l’unica spiegazione può essere la corruzione». Fanno notare che il centro nacque grazie ad Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento Promozione delle Politiche Sociali, indagato nell’ambito dell`inchiesta Mafia Capitale. Una classica storia italiana: nel 2012 il «Best House Rom» nacque come soluzione temporanea per dare un tetto ad alcune decine di famiglie sgomberate dalle loro baracche: è diventato, invece, permanente. Nel frattempo la cooperativa «InOpera», che vanta permessi in regola dell’Asl, e recentemente ha prodotto una serie di dichiarazioni di piena soddisfazione sul servizio firmate dagli «ospiti», incassa milioni di euro.

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