RADICALI ROMA

L’assegno che divide/1

Caro direttore, non chiamiamoli assegni «per non abortire». È coerente con il materialismo cattolicista – non cattolico – ritenere che poche centinaia di euro possano dissuadere da una drammatica scelta di coscienza. Ma è ipocrita: quale cifra, e per quanti anni, può bastare a superare il disagio economico e sociale? Insomma, trascorsi i pochi mesi del sussidio, quel figlio che “dura” per tutta la vita con cosa lo si fa campare? Da alibi morale, il sussidio diviene operazione ideologica definendolo «evita-aborti». Perché non facciamo figli? C’entra forse che finiamo gli studi fra i 28 e 30 anni? C’entrano affitti e mutui alle stelle e banche che non finanziano le idee? Siamo sempre lì: Education Education Education. La crescita economica, un’elevata mobilità sociale (quindi con relativa facilità a intraprendere un proprio percorso individuale e di coppia), servizi sociali di qualità (non solo statali), creano il contesto, la disponibilità d’animo e le premesse economiche che incentivano la natalità. «Possiamo creare delle opportunità, ma non possiamo gestire le vite o gli affari delle persone» (un certo Tony Blair).

Risposta:
Caro Filoso, le politiche della natalità non le hanno praticate solo i regimi fascisti, ma fior di socialdemocrazie europee. Caro Punzi, gli assegni come è ovvio non bastano, come al solito serve ben altro. Solo che con il «benaltrismo» non si comincia nemmeno. Cari Filoso e Punzi, la crisi demografica è l’aspetto più preoccupante del nostro declino.