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Lazio, case popolari in svendita

“Se qualcuno ha sbagliato pagherà”. Il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, ieri ha preso carta e penna e ha scritto ai responsabili di tutti gli istituti delle case popolari della regione invitandoli “a sospendere le vendite immobiliari in corso” per poter “verificare le possibilità legali per evitare che il diritto alla casa si tramuti di fatto, ed in forme anche del tutto legittime con l’attuale quadro normativo, in un privilegio”. Il privilegio è la “svendopoli” romana, migliaia di case “popolari” nei quartieri più belli e preziosi della capitale cedute a poche decine di migliaia di euro, tra un sesto e un decimo del loro valore reale, mentre l’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale, affoga nei debiti. Gli inquilini che le comprano, oltretutto, “in nove casi su dieci sono entrati occupando illegalmente – spiega il presidente dell’Ater Roma, Luca Petrucci, che sta combattendo per risanare il carrozzone ereditato dall’ex Iacp – e sono stati poi regolarizzati con una sanatoria”. L’ultima si è appena chiusa. Molti di loro pagano da anni affitti irrisori pur avendo redditi anche molto elevati, oltre i centomila euro l’anno. Nel frattempo, 2.800 famiglie romane con il massimo dei punti in graduatoria attendono inutilmente, senza reali speranze, di ottenere una casa popolare; e le famiglie in lista d’attesa sono più di trentamila. In aperta contraddizione, tuttavia, l’Ater è costretto a vendere case per risanare i bilanci e per fare un minimo di manutenzione alle vere case popolari, quelle in periferia e in condizioni disastrose. “Se non vendiamo, falliamo entro fine anno”, dice Petrucci.

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<!– do nothing –>Il piano di vendita è ingente: 16.410 appartamenti in tre anni. Ma la Regione, che ha approvato l’ultima sanatoria e ha stabilito le regole per la vendita, non ha fatto alcuna distinzione tra periferia e centro, tra appartamenti popolari e gioielli urbanistici. Un terzo è in alcuni tra i più bei quartieri di Roma: 1.358 nei villini della Garbatella, 1.016 affacciati sul parco di villa Pamphili, 702 a Testaccio e così via da Prati al Flaminio e a San Giovanni. Se nessuno contesta la vendita in supersconto delle case popolari, è difficile accettare che su 906 appartamenti venduti lo scorso anno solo 34 superino i centomila euro e solo 5 sfiorino i 150mila. Molti appartamenti erano di gran valore e di buona metratura, in zone dove i prezzi romani non scendono sotto i 6.500 euro al metro quadrato. Eppure, venduti in due blocchi, hanno fatto incassare in media 45mila e 64mila euro l’uno: a Roma fatichi ad acquistarci un box. Su tutto ciò, ieri è arrivato l’alt di Marrazzo: “La legge sulla vendita delle case popolari è una storia che ormai ha sette anni, siamo di fronte a un treno in corsa che porta vagoni di storie personali e familiari. Non voglio sparare nel mucchio, ma non intendo nemmeno far finta di niente”. Il presidente ha imposto di sospendere tutte le vendite e ha convocato per domani un tavolo tecnico in cui affrontare la normativa. La partita vera comincia ora, e gli interessi in campo sono forti: quando la Finanziaria regionale impose che il prezzo di vendita irrisorio – basato sul valore catastale con ulteriori sconti fino al 35 per cento – fosse almeno rivalutato sulla base del canone Istat dal 1991, le organizzazioni degli inquilini insorsero convincendo il consiglio comunale a spostare la rivalutazione dal 2002. E non erano gli inquilini delle case davvero popolari a protestare in massa. “Proporremo modifiche – spiega l’assessore regionale Bruno Astorre – ma sia chiaro che la soluzione per il risanamento dell’Ater non passa solo da qui. Se non togliamo l’obbligo assurdo di pagare l’Ici sulle case popolari, il problema non lo risolveremo mai”. Di fatto, è pausa di riflessione.

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