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Le mire dei vescovi

Non passa giorno che in Italia non vi sia un richiamo pubblico dei vertici della Chiesa cattolica su aspetti che riguardano le scelte e i costumi della gente o la vita della comunità. Le ultime prese di posizione sono quelle del cardinale Ruini che torna a stigmatizzare la sperimentazione della pillola abortiva (Ru486) e una nota della Conferenza episcopale italiana che mette in guardia gli italiani dal contrarre matrimoni misti, in particolare con persone di matrice islamica.

Che cosa unisce questi due allarmi sociali? Nient’altro, credo, che la vigilanza della Chiesa su scelte e orientamenti di vita della popolazione che sembrano mettere in discussione i principi religiosi in cui la maggioranza degli italiani dichiara di riconoscersi. Da tempo la Chiesa si muove controcorrente nella società italiana, cercando di contrastare il processo di secolarizzazione che coinvolge anche il nostro Paese, come tutte le nazioni più avanzate. In particolare è forte e costante il suo impegno a non cedere alle istanze di una società libertaria, a tener alto il richiamo ai valori irrinunciabili, in una stagione che a molti appare carente di punti di riferimento etici e segnata da scelte più o meno ripensate.

Questo monitoraggio «religioso» o ecclesiale sul comportamento degli italiani sta suscitando non poche reazioni negative in ampi settori del mondo laico, che accusano la Chiesa di aver inforcato gli occhiali scuri nel leggere la situazione, di tenere sotto tutela il popolo italiano, di voler imporre a tutti (anche ai non credenti o ai non cattolici) una visione della realtà e della vita che è propria di quanti si ispirano a determinati valori religiosi.

Tuttavia il pressing quasi quotidiano della Chiesa su questi temi «vitali» ha il merito di far nascere una riflessione pubblica su questioni rilevanti, che riguardano sì le opzioni delle persone ma che hanno anche grandi implicazioni sociali. I richiami possono dunque essere salutari se aiutano a verificare come viene attuata la legge sull’aborto, se alimentano un dibattito su come agiscono le strutture pubbliche in questo settore; o se – come nel caso dei matrimoni misti – invitano a riflettere sui rischi a cui si espone un’unione tra partner di matrici culturali e religiose diverse o sulle migliori condizioni per un suo successo.

La nota sui matrimoni misti risponde a questo scopo. Essa rappresenta il piatto forte di un convegno che ha riunito in questi giorni a Roma tutti i responsabili che nelle diocesi italiane si occupano di ecumenismo e di dialogo interreligioso.

Le parole d’ordine sono prudenza e fermezza, soprattutto se si tratta di unioni tra una parte cattolica e una musulmana.

Sembra un’eco del grido di allarme lanciato anni fa dal card. Biffi che guardava agli islamici come a soggetti «estranei alla nostra umanità», che ha creato molto scalpore sia dentro che fuori il mondo cattolico. L’islam è un mondo che non ci appartiene, che tende a colonizzare quanti entrano in contatto con esso, che ha una visione della realtà – della famiglia, della donna, dell’educazione dei figli, dell’eredità – così diversa dalla nostra da rendere difficile per una persona cristiana che ne sposa una di matrice islamica essere fedele ai propri principi ispiratori.

Si tratta dunque, per la Cei, di matrimoni da scoraggiare o da sconsigliare. O perlomeno è pressante l’invito a mettere in atto delle strategie che riducano i rischi – di fatto assai ricorrenti – di insuccesso di queste coppie. Così le coppie che intendono contrarre matrimoni misti sono invitate a maturare una profonda conoscenza della cultura dei rispettivi Paesi e dei diversi credi religiosi e a ragionare in anticipo su come si intenda organizzare la vita a due, sui diritti e doveri dei coniugi, sul tipo di educazione religiosa da dare ai figli, su come far fronte all’influenza delle rispettive famiglie di origine. Ancora, si tratta di valutare se c’è la volontà della coppia a stabilirsi nel nostro Paese, oppure a trasferirsi in una nazione islamica in cui per un cristiano è più difficile comportarsi come tale rispetto ad un musulmano che vive da noi. Tutti questi aspetti devono essere attentamente vagliati dalle Chiese locali, quando esse devono concedere ad una persona cattolica la dispensa ad unirsi in matrimonio con un partner di diversa fede religiosa, soprattutto se si tratta dell’islam.

Pur fermo e perentorio, il monito della Cei sui matrimoni tra cattolici e islamici non rappresenta una particolare novità, né per chi da tempo si occupa della questione, né rispetto all’allarme sociale che questa prospettiva crea nell’opinione pubblica e in vari intellettuali. Il politologo Giovanni Sartori – in un’intervista a «La Stampa» – ha ribadito l’idea che gli islamici non sono assimilabili e che l’islam è portatore di una frattura sociale; mentre in quelle stesse ore, il ministro degli interni francese, il duro e rampante Sarkozy, rilasciava una dichiarazione in cui se la prendeva con l’Italia e la Spagna (guardacaso due Paesi in cui è più forte la presenza cattolica) colpevoli a suo dire di rappresentare una porta incontrollabile di ingresso degli islamici in Europa.

In questo quadro si può richiamare un altro motivo sotteso alla ferma posizione della Conferenza episcopale italiana sulla questione delle unioni tra cattolici e musulmani. La rimarcata prudenza dei vescovi può anche aver di mira un mondo cattolico di base perlopiù favorevole alla contaminazione (anche matrimoniale) tra culture e religioni diverse, spinto da un principio di uguaglianza e di solidarietà che non ammette steccati umani, né di razza, né di cultura, né di religione.

La prudenza dunque appare umanamente giustificabile, anche se la speranza dell’incontro e della convergenza tra culture e religioni diverse ne esce un po’ mortificata.

Le mire dei vescovi
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