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Licenziare i fannulloni non serve a risanare il sistema economico

Quanto più ci si allontana da Roma, tanto più i luoghi comuni sulla produttività dei dipendenti pubblici risultano diffusi e radicati. E così può anche accadere che, quando è tempo di manovre finanziarie, di disavanzi da ridurre e di risorse da tagliare o risparmiare, vi sia chi proponga di licenziare i fannulloni delle amministrazioni pubbliche: il plauso generale a proposte del genere è assicurato in una misura proporzionale, appunto, alla distanza da Roma.

Roma, naturalmente, è la città con la più alta densità di dipendenti pubblici. Il che, da una parte, può essere motivo di una visione della realtà – come dire? – di parte, ma per l’altra è anche motivo di una conoscenza del problema meno semplicistica e superficiale.

In ogni organizzazione produttiva una quota di fannulloni è fisiologica, nelle strutture pubbliche come in quelle private. Se – e va ripetuto il «se» – nelle prime la quota è un po’ più abbondante, prima di trarre la conclusione di ridurla con licenziamenti, sarebbe corretto chiedersi il perché. Sarebbe facile, così, scoprire che i fannulloni nelle amministrazioni pubbliche sono il frutto di una lunga storia che risale al fascismo, che cominciò ad erodere il prestigio che fin dall’Unità nazionale la categoria ereditò dallo Stato piemontese, e proseguita nel secondo dopoguerra quando dell’impiego pubblico fu fatto uno strumento di sussistenza all’insegna della tacita intesa «poco stipendio-poco lavoro». Risalgono a quel tempo tutte le degenerazioni proprie del settore: selezione dei meno capaci (i più capaci trovavano di meglio), frustrazione, demotivazione, deresponsabilizzazione, disorganizzazione ed altre patologie che costituirono, tra l’altro, il terreno di coltura di un potere sindacale (la Cisl soprattutto) che si perpetua tuttora.

Si perpetua perché le amministrazioni pubbliche sono in mano a dirigenti che nulla sanno e nulla possono sapere di organizzazione del lavoro (basti pensare alle magistrature nelle quali anche la gestione delle risorse umane, l’ufficio stampa o l’informatica hanno dirigenti che magari fino all’anno prima svolgevano la funzione di giudice) e quindi non avvertono alcun interesse a ridimensionare il ruolo improprio dei sindacati. Questi, di conseguenza, decidono organici, concorsi, trasferimenti, promozioni, incentivi secondo criteri che certo non hanno nulla a che fare con l’efficienza, ma solo con la perpetuazione del loro potere. Per questo motivo i cosiddetti fanulloni nelle amministrazioni pubbliche sono più della norma: lo sono perché alla quota fisiologica si aggiunge quella involontaria, gente, cioè, alla quale nessuno ha assegnato un lavoro, che non sa che fare, e che convive, talvolta gomito a gomito, con colleghi oberati dei quali ci si accorge solo quando, per uno sciopero bianco, pratiche e documenti si ingorgano più del solito.

Stando così le cose, licenziare i fannulloni non servirebbe a niente almeno per due motivi. Il primo è che, quali che fossero i criteri usati, la loro applicazione passerebbe attraverso il vaglio dei sindacati o attraverso dati e documentazioni da essi gestiti. Di conseguenza, non potrebbe mai esserci alcuna garanzia di cogliere nel segno. Ma, ammesso e non concesso che sia possibile, si tornerebbe al punto di partenza perché il problema non sono i fannulloni, ma il sistema che li produce e che comprende, come si è detto, dai concorsi alle promozioni, dagli organici alle incentivazioni. Se il problema deve essere affrontato senza demagogia o qualunquismo, la soluzione sta nell’affidare l’organizzazione degli uffici, degli organici, del lavoro (compresa la selezione del personale e la gestione delle promozioni e degli incentivi) a chi sa fare questo mestiere; non è mica un caso se aziende e gruppi privati spendono (o, piuttosto, investono) fior di risorse per la consulenza di aziende che offrono questo essenziale servizio. Per poi magari scoprire che l’obiettivo da perseguire potrebbe essere, anziché quello di risparmiare su una amministrazione pubblica che rimarrebbe carente, quello di una amministrazione moderna ed efficiente grazie anche all’apporto di quei fannulloni diventati ben felici di impegnarsi per ricevere la giusta gratificazione.

Licenziare i fannulloni non serve a risanare il sistema economico
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