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L'intervento di Enrico Boselli al Congresso dei Radicali Italiani

Care compagne e cari compagni, care amiche e cari amici,

Questo mio intervento, non può essere un saluto formale dello SDI ai radicali. Non mi sento estraneo al vostro dibattito congressuale ma vivo insieme a Voi medesime convinzioni e identici convincimenti. Il mio è un contributo, da compagno a compagne e compagni, al vostro congresso. Noi laici, socialisti, radicali e liberali abbiamo un destino politico comune. Il progetto che stiamo costruendo, con i riferimenti a Blair; Zapatero e Fortuna, è una novità nella politica
Questo nuovo soggetto politico deve riuscire ad introdurre nel nostro Paese innovazioni e modernizzazione. Occorre infatti all’Italia un nuovo spirito di cooperazione e di competizione per superare lo stato di grave difficoltà nella quale si trova.
Noi abbiamo una grande occasione da cogliere. L’Italia, dopo gli anni di governo Berlusconi, è in una crisi di notevole portata e gravità. I conti pubblici sono fuori linea e l’economia stenta a riprendersi. È diffusa una grande delusione rispetto ai cambiamenti che erano stati annunciati e che non sono stati realizzati. Serpeggia una larga insicurezza sul futuro che riguarda soprattutto le nuove generazioni. È con questa situazione che noi dobbiamo confrontarci.
Daniele Capezzone ha definito con efficacia nella sua relazione introduttiva i contorni di questa crisi con una analisi esemplare delle arretratezze, degli handicap, delle difficoltà, che pesano sull’Italia.
Mi ha colpito soprattutto il riferimento che Daniele ha fatto alle chiusure che caratterizzano le classi dirigenti, con una scarsa circolazione delle élites, con un invecchiamento demografico e culturale dell’establishment.
La sfida che abbiamo di fronte si chiama: globalizzazione, innovazione, rivoluzione demografica, squilibri nel mondo, immigrazione, fondamentalismo, terrorismo. Le vecchie ricette non rispondono più alle nuove esigenze. Prima ce ne accorgeremo e meglio sarà.
Proprio quando la politica spettacolo sembra essersi definitivamente affermata cresce una fortissima esigenza di partecipazione alle decisioni, come è risultato dallo stesso svolgimento delle recenti primarie del centro sinistra.
La politica deve uscire dalle alchimie del palazzo, non può essere un rito difficilmente comprensibile esercitato solo da chierici. Non può essere un meccanismo di pura cooptazione all’interno dei partiti. Se noi, invece, ci chiudessimo nelle nostre storie gloriose di radicali e di socialisti, non saremmo in grado di dare al paese un messaggio davvero nuovo.
Lo dico io, che mi sono impegnato fortemente, e ancor più negli ultimi mesi, nel ricomporre l’unità di tutti i socialisti.
Questo è stato per me un dovere, prima morale che politico. Sono, tuttavia, consapevole che l’importanza del ruolo dei socialisti non sta nel valorizzare la propria storia che parla da sola, ma nel riuscire a dare soluzioni ai problemi concreti che riguardano la vita quotidiana di tutti cittadini. Questo è stato del resto il compito dei socialisti nell’800, nel 900 e deve esserlo ancora all’inizio di questo nuovo millennio.
Noi dobbiamo porre dei temi e degli argomenti forti per rinnovare i contenuti programmatici del centrosinistra. Sappiamo che nell’alleanza vi sono posizioni assai diverse con le quali confrontarsi. E’ giunto il momento nel quale l’Unione si apra senza remore e riserve alla partecipazione dei radicali che sono un’importante risorsa per tutto il centro sinistra. Qualsiasi ulteriore pregiudizio sarebbe rivolto non solo contro i radicali ma anche contro i socialisti.
Con le altre forze del centro sinistra vogliamo discutere del programma. Ai radicali devono essere spalancate le porte di tutte le Commissioni che a questo scopo si sono insediate e hanno cominciato il proprio lavoro.
Molti sono i temi da affrontare. Noi abbiamo posto come fondamentale la questione della laicità. Io credo che non sia stata ben compresa la portata che ha questo problema per il futuro dell’Italia. Si è voluto interpretare questo nostro impegno con una sorta di nostalgia verso un vecchio anticlericalismo socialista che pure ha avuto un senso quando esisteva un vero e proprio blocco reazionario. Noi non siamo, e non saremo mai, radicali e socialisti, contro il mondo cattolico nel suo insieme, come se fosse un tutto unico. Sappiamo distinguere le posizioni arretrate e oscurantiste del cardinale Ruini da quelle del professor Prodi. Solo nel nostro Paese vi è una situazione straordinaria: il papato ho perso il potere temporale, ma da parte delle gerarchie ecclesiastiche vi è la continua tentazione di esercitare una sorta di sorveglianza speciale sull’Italia. Tutto ciò non accade più in nessuna parte del mondo. Noi non contestiamo affatto che da parte della Chiesa si voglia fare politica, perché politica è cercare di tradurre valori religiosi in leggi dello Stato, come è accaduto nel referendum sulla fecondazione assistita. Le gerarchie ecclesiastiche sono libere di dire ciò che pensano, possono orientare i cittadini, possono persino indicare in che modo si debba votare nei referendum.
Noi non chiediamo di limitare la libertà della Chiesa.
Lo potremmo fare in nome del Concordato, che in cambio di privilegi, regolamenta il campo di intervento della Chiesa negli affari interni italiani, ma ciò non corrisponderebbe allo spirito liberale che ci caratterizza. Se la conferenza episcopale italiana, diventa un attore politico, come tanti altri, ciò pone però il problema del superamento del concordato.
Questa non è un’invenzione fantasiosa né da parte dei socialisti né da parte dei radicali.
Scrive un osservatore attento come Sergio Romano, in un suo recente libro dal titolo “Libera Chiesa. Libero Stato?”: “Quando il Cardinale Ruini, presidente della Conferenza Episcopale italiana volle evitare che il numero dei votanti raggiungesse il quorum necessario alla validità della votazione (50% più uno di coloro che hanno diritto al voto) ed esortò gli italiani a disertare le urne, gli uomini politici italiani di destra e di sinistra avrebbero dovuto ricordare che la Chiesa ha certamente il diritto di segnalare le sue preferenze ed esporre le sue ragioni, ma non quello di impartire, come un partito politico istruzioni elettorali. Qualcuno parlò, ma la maggioranza tacque, o addirittura, approvò la linea della Chiesa e si conformò nei suoi desideri. Nulla del genere sta accadendo nelle altre maggiori società europee.”
Non siamo quindi solo noi, quindi, a sollevare il problema ma nel paese cresce un’acuta sensibilità alla questione della laicità come aspetto fondamentale della modernità. Mi è stato rimproverato di non essere coerente con la tradizione del socialismo italiano. Ricordo ai tanti smemorati che i socialisti votarono contro l’articolo sette della nostra Costituzione che richiama il Concordato. Di quella battaglia fu protagonista Pietro Nenni che da nessuno può essere annoverato come un politico grigio e mediocre. Dalla sua ispirazione noi prendiamo ancora oggi lezione. Bettino Craxi pensò con il nuovo concordato di chiudere una volta per tutte la questione vaticana. Non fu di poco conto – e noi lo riconosciamo esplicitamente – l’eliminazione dell’assunto illiberale, secondo cui il cattolicesimo doveva essere la religione di Stato sulla scia di quanto era scritto nello statuto albertino.
A distanza di oltre vent’anni, possiamo constatare che quel nobile tentativo di Craxi, è risultato vano ed è per questo motivo che abbiamo riproposto la questione del superamento del Concordato. Lo facciamo perché riteniamo che la questione sia matura. Non pensiamo affatto questo problema possa essere risolto in poco tempo, sapendo la questione vaticana è una eredità secolare che non è facile rimuovere. Pensiamo che anche da parte del mondo cattolico dovrebbe venire una richiesta del genere. Mi chiedo: in quale altro paese d’Europa il Papa avrebbe potuto, di f
ronte al capo di un qualsiasi altro Stato, affermare che non si può parlare di laicità ma solo di laicità sana, intendendo in questo modo negare apertamente il valore del pluralismo e la parità nella quale si devono trovare tutti gli orientamenti filosofici, culturali e religiosi.
Per fortuna dell’Italia, noi abbiamo un presidente della Repubblica come Ciampi che di fronte al Papa non ha avuto nessuna incertezza nel difendere la laicità dello Stato.
È chiedere troppo che lo faccia anche centrosinistra?
Non è, com’è stato detto una “grana” che da parte di radicali e di socialisti vuole essere sollevata strumentalmente all’interno del centrosinistra. È invece un tema di grande attualità. Non sarà possibile chiudere facilmente il confronto su questa questione perché saranno gli stessi ulteriori interventi politici della Conferenza episcopale a riproporla giorno dopo giorno.
Questa offensiva neo integralista non è del resto rimasta senza conseguenze nel campo della politica italiana. Ci è stato domandato insistentemente perché, di fronte alla rimessa in campo di una lista unitaria, noi socialisti che pure ci eravamo impegnati fortemente sul progetto dell’Ulivo non abbiamo risposto agli inviti che pure ci sono stati rivolti. Noi abbiamo interpretato la crisi del progetto di Prodi come uno degli effetti del clima culturale e politico che si era creato con il referendum sulla fecondazione assistita. A nostro giudizio tra la presa di posizione di Rutelli in sintonia con quella del Cardinale Ruini e la decisione della Margherita di presentare una propria lista vi è stato uno stretto rapporto. L’Ulivo, che è una creatura politica laica per definizione, non poteva sopravvivere alla scelta integralista di una delle sue componenti fondamentali.
La Margherita aveva scelto una divisione di ruoli tra la sinistra e il centro nell’ambito di una comune alleanza. Noi sappiamo bene che in Italia il centro tende ad avere una inevitabile connotazione cattolica. L’Ulivo era esattamente il contrario di questo schema politico: voleva mettere insieme diversi riformisti e differenti riformismi, superando storici steccati.
Noi abbiamo visto che si era aperta una falla nel progetto dell’Ulivo proprio sul terreno della laicità. La nostra iniziativa, rivolta a mettere in campo un soggetto politico nuovo laico socialista, radicale e liberale, non è stata una ritirata strategica ma una iniziativa politica tempestiva ed adeguata per fronteggiare l’ondata neo integralista che aveva messo in crisi l’Ulivo. Oggi non crediamo che questo problema sia stato risolto. Le decisioni della Margherita ci appaiono più che altro dettate da opportunità tattiche solo al fine di fronteggiare le conseguenze del grande successo delle primarie e per evitare il rischio di una eventuale lista Prodi. Non è la prospettiva di un partito democratico a portarci oggi su un’altra strada. Sono stati del resto i radicali prima di tanti altri a prospettare un obiettivo del genere.
È invece l’assoluta incertezza, le contraddizioni di fondo che permangono, la mancata soluzione del problema della laicità a farci decidere di non aderire alla lista unitaria che verrà probabilmente presentata e che a noi appare non molto di più di un semplice rassemblement elettorale.
La laicità comunque non è un tema astratto, non è solo una questione di principio, non è solo un valore.
La laicità è una condizione essenziale per la modernizzazione del nostro Paese. Il clericalismo conservatore, per utilizzare una definizione adottata da Barbara Spinelli, rischia di ricacciare l’Italia in una condizione di arretratezza rispetto a tutti gli altri paesi europei e non solo nel campo del costume, degli stili di vita, della cultura, ma anche in quello della politica, dell’innovazione e dello sviluppo.
La qualità è essenziale per lo sviluppo. Ma che cosa significa innanzitutto qualità?
Se si vuole davvero dare alla crescita un’impronta basata sull’innovazione e sulla ricerca allora bisogna aver chiaro che il tema principale è costituito dalla scuola. Parafrasando un famoso slogan, adottato da Tony Blair, potremo dare una semplice indicazione per il programma in corso di elaborazione da parte del centrosinistra:
prima priorità, la scuola pubblica;
secondo priorità, la scuola pubblica;
terza priorità, la scuola pubblica.
Radicali e socialisti devono dare un messaggio assolutamente chiaro al mondo degli insegnanti e degli studenti che vive in uno stato di profondo disagio e di ormai permanente agitazione: noi siamo per dislocare nella scuola nuove e ulteriori risorse, rispetto a un governo che ha fatto tanti piani tutti sulla carta, senza aggiungere neanche un soldo per rinnovare, migliorare e innovare il nostro sistema di istruzione. In condizioni di assoluta ristrettezza, in cui versa la scuola pubblica, il nostro bilancio si permette di elargire più di un miliardo e mezzo di euro per l’insegnamento di religione, gestito dalla curia, e per le scuole private. Si è arrivati persino a creare una sorta di cassa integrazione per il Vaticano che accoglie quegli insegnanti di religione, licenziati dalle gerarchie ecclesiastiche, affidando loro altre materie nella scuola pubblica. Si può chiedere al centrosinistra di impegnarsi ad eliminare un caso come questo unico al mondo? Oppure anche questa richiesta è annoverata nel capitolo del vecchio anticlericalismo?
Noi radicali e socialisti non ci siamo posti di fronte all’offensiva neo integralista in una posizione di retroguardia. Sappiamo bene che da parte di tanti settori oscurantisti si vorrebbe persino rimettere in discussione la legge sull’aborto. Non crediamo, però, che la risposta migliore sia quella di retrocedere, di non avanzare più richieste per nuovi diritti civili e di arroccarsi puramente e semplicemente su ciò che è stato ottenuto da tante battaglie laiche, socialiste e radicali. Noi siamo convinti che in Italia non vi sia una maggioranza neo-integralista. Chi interpreta il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita, con una grande vittoria dell’oscurantismo commette un grande errore e prima o poi andrà incontro ad una clamorosa smentita.
Noi ci impegniamo fortemente per il riconoscimento delle unioni di fatto, siamo nettamente contrari a una politica proibizionista fatta a colpi di anni di galera nei confronti dei tossicodipendenti. Non ci convince e non ci convinceranno mai politiche che affrontano attraverso la repressione problemi umani e sociali che devono essere affrontati in tutt’altro modo. Siamo stati sempre convinti che il probizionismo non fa che dare alimento ai traffici delle mafie e non risolve i problemi gravissimi di chi si droga.
Il nostro impegno per la laicità investe il terreno dell’economia. Essere liberali in Italia è oggi ancora un valore fortemente innovativo. Sono ancora del tutto validi i principi che hanno ispirato Ernesto Rossi nella sua lotta contro i “padroni del vapore”. Basta solo pensare a come si sono trasformati monopoli pubblici in monopoli privati, a come prevalgano ancora posizioni predominanti nel campo delle utilities, dall’energia elettrica alle telecomunicazioni, dal gas all’acqua, per non parlare dei cartelli oligopolistici nel mondo delle assicurazioni. Nulla si è fatto per contrastare per le chiusure corporative degli ordini professionali. È davvero straordinario che le regole del mercato siano state applicate solo al mondo del lavoro, lasciando fuori del mercato chi invece è in una condizione di assoluto privilegio. Ecco perché la battaglia socialista si sposa – e si sposa bene – con quella liberale.
L’avvenire dell’Italia è profondamente legato ad una forte innovazione che avvenga nell’ambito dello sviluppo di vaste relazioni internazionali. Noi sappiamo quanto conta la politica estera. Non si tratta solo di ricercare, come fanno tutti paesi, il perseguimento del nostro interesse nazionale, ma di avere anche la consapevolezza che, senza dare soluzione ai gravissimi problemi del mondo, non vi sarà mai né sicurezza né pace. Noi social
isti, infatti, siamo stati tra coloro che hanno contestato la legittimità dell’intervento unilaterale degli Stati Uniti in Iraq.
Non ci ha convinto l’argomentazione che a decidere per tutti sia un solo paese, per quanto potente e democratico.
Siamo stati felici quando abbiamo visto milioni di iracheni che andavano alle urne, dopo un lungo periodo dominato da una dittatura spietata e sanguinaria come quella di Saddam Hussein. Ci rendiamo ben conto che non è possibile lasciare da sola la fragile democrazia irachena, esposta com’è ai colpi del terrorismo. Vorremmo però che le forze multinazionali, poste a garanzia dei diritti dei cittadini iracheni di decidere sul proprio destino, esercitasse il suo ruolo con l’avallo di qualche grande organizzazione internazionale.
Non ci convince l’idea che debbano essere gli Stati Uniti e solo gli Stati Uniti a decidere le sorti del mondo. Ci sono le Nazioni Unite, c’è la Nato, c’è l’Unione Europea. Insomma solo se le condizioni cambieranno, con una soluzione multilaterale di responsabilità, noi pensiamo che la nostra presenza militare potrebbe avere un significato positivo.
Radicali e socialisti sono convinti che non bisogna lasciare la bandiera della libertà e della democrazia nel mondo, in nome del realismo politico, ai neoconservatori.
Non si tratta, come far avanzare il liberalismo sulla canna dei fucili, ma di fare una grande opera di informazione e di persuasione nei confronti di mondi nei quali esistono forti e intelligenti opposizioni democratiche. Tutti noi abbiamo espresso una forte protesta nei confronti delle allucinanti dichiarazioni del presidente iraniano sulla cancellazione dalla carta geografica dello Stato d’Israele. Parteciperemo alla fiaccolata organizzata da Giuliano Ferrara e dal “Foglio” per testimoniare la nostra ferma posizione a difesa dell’esistenza dello Stato d’Israele. I socialisti hanno sempre conservato verso Israele lo spirito che animava Pietro Nenni, la cui figlia Vittoria morì in un campo di sterminio nazista.
Sul terreno internazionale tra socialisti e radicali vi sia un ampio spazio di concordanza che si è espresso con l’indicazione di Emma Bonino come ministro degli esteri di un nuovo governo di centrosinistra. Sono convinto che in questo modo l’Italia ritroverebbe grande prestigio e grande dignità nel mondo.
Abbiamo, socialisti e radicali una larga convergenza di vedute, concordiamo su principi fondamentali, abbiamo orizzonti comuni. Al congresso radicale spetta di assumere la decisione di costruire un nuovo soggetto politico laico, socialista, radicale e liberale. Confido che da questo congresso possa venire una forte spinta al nostro progetto. Voglio infine, ricordare come questo incontro tra radicali e socialisti sia stato possibile per l’impegno, la passione e la convinzione che ha avuto Marco Pannella. Radicali e socialisti si sono ritrovati insieme e hanno parlato un linguaggio comune. Con Marco Pannella, Emma Bonino, Daniele Capezzone e Marco Cappato, abbiamo avuto un confronto assai positivo. La recente convenzione di Fiuggi ha posto le basi di un serio lavoro programmatico. Sono convinto che da questo congresso dei radicali uscirà più forte il progetto al quale tutti noi ci stiamo dedicando.
Ieri Daniele Capezzone ci ha proposto di adottare il simbolo della Rosa nel pugno. Ci ha ricordato che è un simbolo socialista. E’ il simbolo dell’Internazionale socialista. E’ il simbolo di molti partiti socialisti europei. Devo dire che le sue argomentazioni mi sono sembrate convincenti. .Per questi motivi vi posso dire proprio qui al Congresso radicale che proporrò al Consiglio nazionale di adottare la rosa nel pugno come simbolo del nuovo soggetto laico, socialista, radicale e liberale. Così nascerà la Rosa che sarà un nuovo fiore, bello e forte, nella politica italiana

L'intervento di Enrico Boselli al Congresso dei Radicali Italiani
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