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L'intreccio tra i Pacs e il Partito democratico

  I toni evocano quasi un nuovo fronte referendario, seppure confinato in Parlamento: stavolta non sulla fecondazione artificiale, ma sulle unioni civili, i cosiddetti Pacs. Per ora, tuttavia, sembra prevalere la cautela: in primo luogo nell’Unione. La sconfitta al referendum del 2005 sconsiglia un nuovo scontro non solo con le gerarchie cattoliche, ma con il trasversalismo dei partiti. E sullo sfondo si staglia l’incognita di un’opinione pubblica della quale si indovina soprattutto il malumore. Per questo il centrosinistra offre un’immagine così confusa. E una tifosa dei Pacs come il ministro radicale Emma Bonino azzarda: «Temo non ci sia la forza di presentare questa riforma». Forse è un pessimismo esagerato. Il problema è dove sarà presentata, da chi e in quale forma.

L’altolà di Clemente Mastella, che invita il governo a non toccare una questione così lacerante, lasciandola al Parlamento, dice già qualcosa: il ministro della Giustizia vuole tenere palazzo Chigi al riparo da una discussione che potrebbe travolgerlo. Ma suona ancora più significativa la prudenza del segretario dei Ds. Piero Fassino è convinto che l’Unione non debba imporre una riforma con logiche di maggioranza. Con realismo, si rende conto che la riuscita dell’operazione non è scontata. E teme che una guerra sui Pacs spacchi l’Unione e impedisca la nascita del Partito democratico. Sulla carta non sarà semplice trovare i voti per approvare una legge mirata a una quasi equiparazione con le famiglie sposate: quella, per capirsi, sulla quale insistono estrema sinistra e parte dei Ds. Il grosso della Margherita non sarebbe d’accordo, così come l’Udeur. Lo stesso Romano Prodi, dopo essere riuscito a far stralciare dalla finanziaria l’emendamento sulle unioni civili, spera in un compromesso. D’altronde, sarebbe un azzardo aprire un fronte col Vaticano proprio adesso, mentre il governo e il premier in persona sono bersagli di un malcontento a volte plateale, come alla Fiat Mirafiori e a Bologna.

E significherebbe litigare col partito di Francesco Rutelli e di Franco Marini. Anche perché l’offensiva della Santa Sede è esplicita. In modo un po’ sprezzante, il cardinale Trujillo, presidente del consiglio vaticano per la famiglia, si è scagliato contro scelte dettate, dice, da «un capriccio». Più diplomaticamente, il Sir, l’agenzia dei vescovi, avverte che i Pacs «non sono in cima alle priorità del Paese»: occorrerebbe occuparsi del «sostegno alla famiglia, quella vera». Le gerarchie sembrano pronte a contrastare con durezza la riforma propugnata dalla sinistra. E la reazione del presidente della Camera, Fausto Bertinotti, irritato dalle «frasi di scherno» di Trujillo contro i Pacs, ottiene solo il risultato di un attacco concentrico del centrodestra. A Bertinotti viene rivolta l’accusa non nuova di privilegiare il vecchio ruolo di leader di Rifondazione comunista, rispetto alla carica istituzionale. Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, lo invita ad «avere rispetto per le opinioni altrui»: e i cattolici dell’Unione apprezzano. Il coordinatore di FI, Sandro Bondi, arriva a imputare a Bertinotti di «instillare nella società italiana il germe della divisione»; di dimenticare che dovrebbe incarnare «l’unità della Nazione». Ma sembrano tutte parole di bandiera: posizionamenti alla vigilia di un semestre che l’Unione, per prima, prevede difficile. E giocato sull’intreccio Pacs-Pd.

L'intreccio tra i Pacs e il Partito democratico
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