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L'obiettivo è personalizzare la morte non stabilire una morte uguale per tutti

Per il testamento biologico si è messa davvero male.Più si allunga il dibattito, più la mediazione rischia di diventare cervellotica e più la matassa fini­sce per ingarbugliarsi. E se questo accade già in commissione Sanità, figuriamoci cosa potrebbe succe­dere dopo in aula. Ma allora, for­se è il caso di gettare la spugna, dandola vinta a chi dice che pos­siamo anche fare a meno di una legge sul tema?
 
Rinunciare sarebbe doloroso, e non solo per una questione di “laicismo identitario”. Il fatto è che di una norma c’è bisogno, perché ci sono due obiettivi da rag­giungere I cittadini devono poter contare sul fatto che le loro prefe­renze in materia di trattamenti medici saranno tenute in debita considerazione anche nel caso in cui non saranno più in grado di esprimerle. Mentre i medici devo­no poter contare sul fatto che non saranno perseguiti per aver ri­spettato le volontà dei malati, co­me invece sta succedendo a Ma­rio Riccio. Dunque non è il caso di battere in ritirata. Ma poiché la strada appare sempre più in salita, può essere utile ricordare a Fiorenza Bossoli e agli altri mediatori dell’Unione che a forza di spac­care il capello in quattro si rischia di ritrovarsi con niente in mano.
 
Prendiamo il caso dei trattamenti sostitutivi, quelli che vengo­no intrapresi per rimediare al deficit di funzioni complesse del­l’organismo, come la ventilazio­ne meccanica e la nutrizione artificiale. Per evitare il muro con­tro muro, si potrebbe tentare di distinguere tra nutrizione parenterale ed enterale tra ventilazio­ne a breve o lungo termine, tra diverse tipologie di pazienti, tracciando un confine arbitrario tra accanimento terapeutico e cure ordinarie. Concedendo so­lo qualcosa ad alcuni,forse si riu­scirebbe a salvaguardare – alme­no all’apparenza – i principi di tutte le parti politiche. Ma se per cercare una via d’uscita al disaccordo ci si affida ai tecnicismi, è difficile arrivare lontano.
 
Una lezione, tutt’altro che esaltante, viene da Israele. Da un paio di mesi è entrata in vigore una legge che prevede la possibi­lità di redigere il testamento biologico e disciplina anche la sospensione delle cure nei pazienti coscienti che lo desiderano, pur­ché abbiano davanti a sé meno di sei mesi di vita. Per arrivarci ci so­no voluti sette anni: il ministero della Sanità ha istituito un apposi­to comitato di 69 membri nel 2000, la legge è passata quasi all’u­nanimità nel 2005 e la stesura del­le linee guida ha occupato il tempo restante. Ma il risultato lascia perplessi e non soltanto per la severità di alcuni articoli E proble­ma è che per mettere d’accordo il diritto all’autodeterminazione dei malati e le indicazioni dell’Halakhà, si è deciso di ricorrere a un escamotage dotando i ventilatori di un timer. Di tanto in tanto, dun­que, i malati o i loro fiduciari de­vono confermare la volontà di riaccendere la macchina – i reso­conti giornalistici parlano di un in­tervallo di 24 ore – altrimenti si ferma automaticamente. In questo modo nessuno deve sobbarcarsi l’onere psicologico di staccare la spina e il divieto religioso di interferire con la vita è salvo. Per il Sabbath gli ebrei ortodossi adottano una strategia simile, utilizzando scaldavivande semiautomatici per non compiere attivamente i gesti di accensione e spegnimento. Anche se ha ricevuto qualche commento benevolo – per esem­pio sul British Medical Journal – questo approccio alle tematiche di fine vita appare strampalato a chiunque non sia di religione ebraica e probabilmente anche a molti ebrei. Per quanto i parla­mentari italiani siano ben provvi­sti di fantasia, difficilmente arriveranno a tanto. Ma la storia della legge 40 ci ha insegnato che anche noi siamo capaci di grandi pasticci bioetici, per esempio quando tuteliamo l’embrione più del feto.
 
Allora come dovrebbe esse­re una buona legge sul testamen­to biologico? La migliore soluzione possibile, secondo il bioeticista cattolico Sandro Spinsanti, è rac­chiusa in un unico articolo, che potrebbe suonare così: «Quando risulta, in modo certo e documen­tato, che la volontà di una perso­na non in grado di intendere e di volere è di non essere sottoposta a un atto medico, eseguire questa volontà non è reato». Spinsanti si definisce “diversamente creden­te” perché non è disposto a se­guire la sua Chiesa su qualsiasi terreno ed è consapevole di avanzare una proposta provoca­toria. Il cuore del suo messaggio, però, è serissimo: aggiungere dettagli su dettagli è contropro­ducente. Nascondendo le diffe­renze dietro ad artifici e termini ambigui – come quello di accani­mento terapeutico – si rischia di restringere gli spazi lasciati aper­ti dalla Costituzione, dal codice deontologico e dalla Convenzio­ne di Oviedo. Ma seppure non fosse così, si correrebbe un altro pericolo. Stabilendo rigidamente quali trattamenti medici rientra­no nella disponibilità dei malati, e a quali condizioni, si finisce per tradire lo scopo originario della legge, che dovrebbe rendere più personalizzata la morte di cia­scuno anziché imporre per legge una morte uguale per tutti.  

L'obiettivo è personalizzare la morte non stabilire una morte uguale per tutti
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