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L’orrore della Cecenia: in sei mesi 152 sparizioni che nessuno sa spiegare

Si tengono per mano, disordinatamente, si chiamano dalle finestre dei ballatoi e scendono in strada, si contano, scelgono la più anziana perché parli e spieghi la situazione a nome di tutte. «Lei è più lucida, suo figlio è tornato», dicono. Ma poi a sentire la loro storia non ce la fanno a restare in silenzio, e intervengono, parlano, piangono. «Ridateci i nostri figli!», ripetono ossessivamente con gli occhi persi nel vuoto le madri di Novij Atoghi, un villaggio venti chilometri a Sud di Grozny, nella Cecenia della «normalizzazione» in cui la guerra è finita.
Spariscono all’improvviso – ragazzi dai 14 ai 20 anni – e la dinamica è sempre la stessa: «Era il 13 settembre scorso, verso le cinque di pomeriggio – racconta Liza, quarant’anni che sembrano sessanta -. Stavo tornando a casa e vedo una macchina che entra nel nostro cortile. Andava veloce, era scura, con i vetri neri, comincio a correre e vedo che escono quattro uomini in uniforme, tutti vestiti di nero, con le facce coperte. Mi metto a gridare, ma loro non mi guardano neanche, prendono Akhmed e lo portano via. Da allora non so più niente, ho solo negli occhi la faccia di mio figlio, sconvolta dal terrore, che cercava aiuto con lo sguardo. Dove sarà adesso?».
Akhmed, 17 anni. Shamil, 15. Soslan, 17. Apty, 21. «Nella prima metà del 2005 abbiamo ricevuto 152 segnalazioni di ragazzi scomparsi, ma è impossibile fare una statistica – dice Natasha Estimirova, instancabile attivista di “Memorial”, una delle poche organizzazioni umanitarie presenti in Cecenia -. Le persone hanno paura di fare nomi, pensano che poi potrebbe toccare ad altri uomini della famiglia, quello che si sa è una piccolissima parte di quello che succede». La rabbia urlata per strada dalle madri di Novij Atoghi è un’eccezione disperata, ma il loro dolore è lo stesso di tante altre madri cecene. «E’ la faccia di un separatista questa – dice piangendo Zveda con in mano la foto di Shamil -. La guardi, è la faccia di un guerrigliero?». Sull’istantanea rovinata, il volto di un ragazzino con le spalle strette, un sorrisetto da grande, vicino al suo cane. «Prima di portarlo via mi hanno chiesto il suo passaporto, come se neanche sapessero chi stavano prendendo».
Ma chi rapisce i figli delle madri di Grozny? «Possono essere quelli della milizia, oppure i fondamentalisti wahaabiti, oppure gli uomini di Kadyrov, difficile dirlo», risponde un funzionario dell’Nvd, il ministero degli Interni. In Cecenia ci sono oggi 16 mila uomini impiegati nelle strutture militari o di forza pubblica, la percentuale più alta di tutta la Russia rispetto al numero degli abitanti. Fsb, Omon, Atz, Sb, Nvd, Gru, ognuna di queste sigle, per la gente di Grozny, significa un diverso modo di avere paura. Al vertice della piramide si trova Ramzan Kadyrov, figlio del presidente filorusso ucciso in un attentato il 9 maggio 2004. Ufficialmente sarebbe il vicepremier dell’attuale governo ceceno, ma le funzioni istituzionali, a Grozny, hanno smesso da tempo di corrispondere alla realtà. «Kadyrov è il re della Cecenia», dice Timur, agente della polizia ferroviaria. Di recente ha creato un Centro Antiterroristico di 500 unità che risponde direttamente a lui. «Il problema è che tra i “kadirovszy” ci sono molti criminali ricercati dalle autorità federali, gente che si è macchiata di gravi reati penali», spiega il funzionario degli Interni.
I ragazzi nel frattempo continuano a sparire, e spesso pagare un riscatto non serve a niente, tanto dopo li rapiscono di nuovo: Elsa è stata fortunata, perché suo figlio è tornato dopo tre mesi. «Aveva bruciature su tutto il corpo, l’hanno torturato con la corrente elettrica, adesso ha l’epilessia, ma almeno è vivo». Dopo le torture Islam ha confessato di avere degli amici guerriglieri, e ha fatto qualche nome, vicini di casa che poi sono spariti a loro volta. «La confessione – recitava un famoso slogan della Russia di Stalin – è la regina di tutte le prove».
Alla domanda «Di chi è la colpa?», qualsiasi ceceno risponderà che la colpa è dei russi, occupanti e invasori. Ramzan Kadyrov però è ceceno, invita a Grozny personaggi di fama mondiale come Mike Tyson a fargli pubblicità, e intrattiene rapporti cordiali con il Cremlino. E ceceni sono ormai la maggioranza degli uomini legalmente armati. «Non c’è altro modo di guadagnare soldi, a Grozny – dice ancora il funzionario dell’Nvd, ceceno anche lui -. Si lavora solo se si è in qualche struttura militare, ma io non sono al soldo dei russi, io lavoro per il popolo ceceno». Per la stabilizzazione dell’area, Mosca ha stanziato dal 2000 quasi due miliardi di euro. Ma le abitazioni del centro di Grozny sono ancora sventrate dalle bombe del 1991. Dove sono finiti quei soldi? «In armi e uniformi – dice Natasha -. Il Cremlino è riuscito a realizzare il suo scopo: “cecenizzare” il conflitto, lasciare che i ceceni si scannino tra loro».
Dai villaggi di Argun e Vidino, 250 ragazzi negli ultimi sei mesi si sono uniti ai guerriglieri. I sequestri dovrebbero forse servire ad impedire questo genere di fughe, ma molti di loro se ne vanno per paura. «Li abbiamo salvati dalle bombe, dalla fame, dalle malattie – dice Zveda, con la foto di Shamil stretta tra le mani -. E adesso ce li strappano dalle case, i nostri figli, e chissà se li rivedremo mai». Alle sei di sera scende il coprifuoco, nell’aria cominciano a risuonare le raffiche di mitra. Chi ha suo figlio ancora a casa non lo perde di vista neanche un istante, soprattutto quando comincia a fare buio.

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