RADICALI ROMA

Luca Coscioni sulla morte di Ambrogio Fogar

Del coraggioso Ambrogio Fogar voglio ricordare il suo spirito libero e la forza della sua coscienza trafitta dalla sofferenza e della immobilità del suo corpo, a causa di una lesione al midollo spinale, in un viaggio che gli ha strappato la sua identità, che lo ha reso inesorabilmente diverso.

L’aria che entrava nei suoi polmoni negli ultimi 13 anni della sua vita era insufflata da un ventilatore meccanico per mezzo della tracheotomia cui ha fatto ricorso per poter ossigenare il sangue, per poter respirare, per poter vivere.

«Io credo in Dio – diceva Ambrogio Fogar – ; ogni volta che sono arrivato prossimo al limite ho anche pensato che Dio, in qualche modo avrebbe finito per manifestarsi. Sulla zattera lo imploravo di farmi accettare serenamente la nostra sorte di non lasciare che ci prendesse la disperazione. Ma non capisco perché nel suo nome si debba bloccare la ricerca». Parlava della ricerca sulle cellule staminali embrionali, parlava della legge 40.
E’ stato il richiamo ancestrale dell’uomo di sempre, dell’amante della libertà e dell’avventura, a portarlo alla soglia di un viaggio della speranza, alla scoperta del suo corpo paralizzato, volendolo offrire alla scienza. La sua scelta di rivolgersi a quello che potremmo definire uno scienziato ma anche uno “sciamano” – quel professor Huang Hongyun che non ha mai pubblicato secondo criteri scientifici i risultati del suo lavoro – sarebbe comunque servita a saperne qualcosa di più. Sarebbe anche servito a illuminare una realtà, quella dei “viaggi della speranza” – che troppo spesso diventano viaggi della truffa e del raggiro di persone disperate – che è uno dei risultati delle nostre proibizioni: liberare la ricerca, per una democrazia, significa anche poterne pubblicare e verificare i risultati, e non costringere i suoi cittadini di armarsi del coraggio così raro di un uomo come Fogar.