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L’Unione compia scelte radicali per colmare il vuoto di programma

Non ci piove. Per ricorrere al lessico ambientalista, si potrebbe dire che altri cinque anni di Governo Berlusconi non sarebbero “ecosostenibili” per il paese. Parliamoci chiaro: tutte, ma proprio tutte, le istanze di modernizzazione sono state deluse e tradite, nell’afasia -e in qualche doloroso caso, perfino nella viltà- dei liberali del centrodestra. Doveva esserci la grande speranza di una riforma istituzionale all’anglosassone, e -invece- ci ritroviamo in piena palude proporzionalista (e con la devolution di Calderoli che condurrà alla paralisi istituzionale, come Augusto Barbera non cessa di ricordare). Ancora: doveva esserci la grande liberalizzazione economico-sociale, e ci siamo ritrovati con la difesa corporativa dei forestali calabresi, con le compagnie aeree a basso costo accusate -nientemeno- della crisi dell’Alitalia, e con i libri da “no global” di Giulio Tremonti. Doveva esserci una radicale riforma della giustizia, e ci siamo ritrovati solo con provvedimenti buoni per i familiari e i famigli del Capo. E lascio da parte (solo per carità di patria e per esigenze di brevità) il capitolo delle libertà civili, che hanno visto in questa legislatura un’escalation da “Casa della libertà provvisoria e vigilata”, come Pannella ha sovente fatto osservare.

E’ esattamente per queste ragioni che i radicali hanno preso una decisione netta, chiara, inequivoca: quella di costituire un nuovo soggetto politico con i socialisti dello Sdi (e con quanti vorranno salire su questo treno, a partire dall’amico e compagno Bobo Craxi), e di stringere un accordo con l’Unione e con Romano Prodi per assicurare l’alternanza rispetto a questo centrodestra.

Detto e sottolineato questo, però, va chiarito che, per il centrosinistra, la partita non sarà finita una volta che Berlusconi sarà stato battuto. Semmai, è a quel punto che comincerà la sfida vera: quella di rispondere alle stesse domande di innovazione e modernizzazione lasciate inevase dalla Cdl.

Ora, da settimane ci si dice (anche assai autorevolmente) che con i radicali bisogna discutere sul “programma”. Benissimo. Ma si può far rispettosamente notare che l’Unione un programma (quello su cui ci richiama a discutere seriamente) ancora non ce l’ha? E si può far rispettosamente notare che (a parte l’importante, popolare, arioso successo delle primarie, per ciò che riguarda l’intera Unione; e a parte, per ciò che riguarda i Ds, alcune coraggiose, forti, importanti scelte -dal loro Congresso e fino ai referendum- di Piero Fassino e Vannino Chiti), si può far rispettosamente notare -dicevo- che gli italiani, del futuro governo di centrosinistra, hanno capito solo due cose, e cioè che ci sarà il ritiro dall’Iraq e l’abolizione della legge Biagi?

Ecco, si può dire che questi ci sembrano due errori? E si può dire che, se il centrosinistra vincerà le elezioni, avrà subito davanti due sfide titaniche, e cioè da una parte il rinnovo delle missioni italiane all’estero, e dall’altra (grazie al rapporto deficit/pil lasciato dal centrodestra, che non sarà del 3%, e neanche del 4, e forse neppure del 5, ma -chissà- forse addirittura vicino al 6%, cioè -per capirci- il doppio di quel che si richiede a chi vuole entrare nell’UE…) una finanziaria-monstre da varare, e che -per affrontare queste due sfide- una iniezione blairiana, riformatrice, e -mi sia consentito- radicale è necessaria?

Occorre una svolta culturale, e quindi politica. E occorre -in questo senso- concentrarsi sul tema coraggiosamente aperto da un dirigente diessino come Gianni Cuperlo presentando proprio sul Riformista, qualche tempo fa, una ricerca della SWG, nella quale si chiede agli elettori di centrosinistra in quali parole “si riconoscano” e quali invece “attribuiscano” all’identità di centrodestra. Il risultato appare impressionante. “Riformista” viene associato alla sinistra dal 70% del campione; “progresso” dall’85, “socialdemocrazia” dall’80, “uguaglianza” dal 90, come “gestione pubblica” e “lavoratori”. E, fin qui, non c’è gran sorpresa. Ma la sorpresa non positiva viene quando emerge che meno di un quarto degli interpellati si identifica con il valore del “merito individuale”; che lo stesso piccolo quarto si riconosce nel “talento”; che la “gestione privata” arriva a mala pena al 33%; che l’”ambizione individuale” si ferma al 10%, e il “rischio” (anche nell’attività economica) si attesta su uno striminzito 12%. Ecco perché ci vuole una svolta. Ed ecco perché ci vuole più Blair, e, anche -come ho ripetutamente detto a Riccione- “più Giavazzi”. Da questo punto di vista, io, che pure difendo la legge Biagi, comprendo una critica che viene fatta: ma perché gli unici a rischiare, a stare davvero sul mercato, debbono essere i lavoratori? Domanda giusta, e la risposta giusta non è quella di sottrarre pure loro al mercato, ma -semmai- quella di portare sul mercato anche tutti gli altri, anche tutte le lobby e corporazioni che vivono su rendite comode, parassitarie, finora inattaccabili.

Un’ultima osservazione. Oltre alla politica estera e all’economia, c’è un terzo fronte cruciale, che è quello della laicità, rispetto al quale radicali e socialisti hanno subìto molti attacchi. A me continua ad apparire ben strano che, in un paese in cui il Capo dello Stato (per fortuna) difende a testa alta la laicità dell’ordinamento dinanzi al Papa, a sinistra ci sia -invece- chi sembra preoccupato di fare altrettanto. Ma, anche qui, se c’è qualcosa di scandaloso nella “rosa nel pugno”, è la ragionevolezza della tesi che esponiamo. Non risulta, infatti, che esistano casi nel mondo in cui le gerarchie di una (sottolineo, di una) confessione religiosa, da una parte godano di privilegi particolari (Concordato, otto per mille, esenzioni Ici, insegnanti scelti da loro stesse e pagati dallo Stato, straordinaria presenza sugli organi informativi sul servizio pubblico, ecc.), e dall’altra pretendano di “entrare a gamba tesa” nell’agone politico di quel paese (addirittura, divenendo protagonisti di campagne elettorali -condotte anche grazie ai finanziamenti pubblici di cui sopra!-). Quel che noi vorremmo, invece, è la linearità e la chiarezza del modello americano: ognuno (a cominciare dal cardinale Ruini) dica e faccia quello che gli pare, ma senza Concordati, senza otto per mille, senza privilegi particolari. Non si può avere (insieme) la botte piena e la moglie ubriaca (e magari pure l’uva nella vigna).

Si può stare nel centrosinistra senza rinunciare a voler dire (e a voler fare) tutte queste cose?

L’Unione compia scelte radicali per colmare il vuoto di programma
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