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Marco

di Marco Tosi

Marco Pannella

Ho conosciuto Marco Pannella nel 1979; avevo sedici anni e le esperienze che ho vissuto a Via di Torre Argentina 18 in quel periodo sono rimaste come marchiate a fuoco. Conservo delle immagini forti: piccoli (direi microscopici) cortei antimilitaristi a Piazza Navona guidati da Roberto Cicciomessere, imbavagliamenti, occupazioni nonviolente di aule di tribunale militare con Francesco Rutelli, con i carabinieri che ci facevano “peffavore signurì, iatavenne”, la Marcia antimilitarista dell’agosto ‘79, lunghe ore in pullman attraverso l’Europa (da Roma a Metz, poi in Olanda e poi Colonia, Hannover, infine Berlino) con Adele Faccio, periodiche riunioni della LSD (Lega Socialista per il Disarmo) presso la sede socialista di Via Clementina, prestata da Franco Bassanini, i tavoli per i referendum, circondati spesso da “cordoni sanitari” dei compagni del PCI, che non facevano avvicinare nessuno.

Ricordo una notte al centralino di Teleroma56, quando gli studi erano a Villa Ragno, in via Nomentana 134, durante un infinito filodiretto pre-elettorale di Marco. Io e un altro compagno, anche lui si chiama Marco, passavamo le chiamate da tutta Italia a Pannella, che scorgevamo a fatica dietro una coltre di fumo originata dalle mille sigarette che fumava. E ricordo bene il caffè che l’indomani mattina Marco offrì a noi due al baretto di fronte. Tornati dentro la sede della tv, qualcuno portò un grande vassoio di supplì e altre cibarie (nei miei ricordi è Gianluigi Melega, ma non ne sono certo) e ci sedemmo tutti intorno a un lungo tavolo, ad aspettare di conoscere i dati di affluenza alle urne. Ricordo che Marco scelse di sedersi accanto a noi due giovani “centralinisti” e continuò a parlarci con la sua voce nasale, a rotta di collo, del fatto che ci chiamavamo tutti e tre Marco, e che quella notte si era verificata una bella coincidenza, e che il suo vero nome era poi Giacinto, ma non gli piaceva, e mille altre cose, come fossimo vecchi amici, un fiume in piena che si fuse nel rumore di fondo delle altre conversazioni che si incrociavano attorno a quel tavolo… in disparte, seduta di fronte ad un monitor sul quale affluivano i dati relativi ai votanti, Emma Bonino, silenziosa, concentrata e assorta.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante muro di mattoni e attività all'aperto
Villa Ragno, Via Nomentana, foto Marco Tosi, maggio 2021

Erano anni nei quali con Sabina Guzzanti, Aurelio Aversa, Marco e Carlo D’Aloisio, al numero 18 di Torre Argentina mi sentivo di casa, spesso più che a casa mia. L’atmosfera era accogliente e vitale. Inconsapevolmente mi sentivo parte di un insieme più grande e composto da persone più grandi d’età, chi più chi meno: Stanzani, Bernardini, Mellini, Spadaccia, Tescari, Filippini, Terzuoli, Rutelli, Dentamaro, Arconti e altri di cui non ricordo il nome ma il viso.

Ricordo che compresi veramente dove mi trovavo e il ruolo del Partito Radicale in quegli anni quando un giorno, mentre ero seduto a terra a (indovina un pò) scrivere un cartello da uomo sandwich, entrò una giovane donna, titubante e timorosa, circondata da tre amiche; mi vide e sussurrò: “ho bisogno d’aiuto, dovrei… si’ insomma, hai capito?” Di fronte al mio sguardo interrogativo arrossì e aggiunse: “devo farlo, potete aiutarmi?” indicandosi la pancia. La accompagnai allora dalla militante più adulta che trovai, e lei si mise a sua disposizione. Da dove veniva quella ragazza? Di fronte al suo problema, non era andata in ospedale, o alla più vicina sezione del PCI, luoghi dove l’avrebbero mandata via; aveva preso le pagine gialle, aveva trovato la sede del PR e lì aveva trovato qualcuno che l’aiutasse.

Ricordo i compagni del FUORI (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionario Italiano) danzare intorno ad un imbarazzato Valerio Zanone mentre parlava a uno dei nostri congressi brandendo cartelli con scritte di questo tenore “Valerio, dove sono le tue frocie?”, e sempre in un congresso, a Genova, nell’autunno del 79, Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani, che assurdamente mi proponeva di spogliarmi con Sabina Guzzanti, con la quale ero venuto al Congresso: “dai dai, spogliatevi, svelti, che c’è la  RAI!, baciatevi, dai, che facciamo notizia!”

Bastano pochi esempi (folcloristici e sostanziali) per farmi capire quanto oggi sia cambiato il contesto… nuove sfide si sono aperte, nuovi scenari politici e sociali. E nei differenti scenari Marco c’è sempre stato, con i suoi errori, i suoi successi, i suoi orti e i suoi ghetti, e la sua straboccante umanità.

Marco
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