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Martino: «Così com’è il carcere non serve a niente»

  «Così com’è il carcere non serve assolutamente a niente». Raccolta nel cortile di Montecitorio, ormai ribattezzato sala fumatori, una dichiarazione che fa rumore. Perché non è Francesco Caruso a dire questa frase, e nemmeno Paolo Cento. Sicuramente entrambi sono d’accordo con Antonio Martino. Proprio lui, l’ex ministro della Difesa, che ad una domanda sulla possibile (necessaria, ndr) amnistia risponde senza esitazioni. Non in politichese. «La Costituzione italiana dice che il carcere dovrebbe rieducare. Oggi invece chi entra onesto esce mascalzone. E chi si lamenta dei drogati in giro per le strade, sappia che molti iniziano a farsi proprio in carcere». Poi Martino sorride e a sua volta chiede: «Sono stato abbastanza chiaro?». Bene così onorevole, è stato chiarissimo.

 

 

 

 In Aula c’è il dibattito sulla fiducia al governo Prodi. Ma si parla anche di amnistia. E di calcio, naturalmente. Berlusconi non c’è, arriverà solo al momento del voto finale. Il solito Cavaliere, che proprio non riesce a rispettare le forme istituzionali. Comunque è stato lui a parlare di amnistia, ha detto di essere pronto a collaborare con la sinistra. Addirittura. L’amnistia è un provvedimento che va incontro a «delle attese» anche se – nota Berlusconi – «troppe volte ci sono state speranze che sono andate deluse». Alla base del ragionamento dell’ex premier «c’è un fatto concreto», il sovraffollamento delle carceri. «Il nostro sistema carcerario è previsto per meno di 50mila presenze mentre i detenuti sono circa 63 mila. Oggi la situazione delle carceri italiane non è di dignità per i carcerati a cui lo Stato può togliere, e deve togliere qualora c’è un reato la libertà, ma non la dignità». Eppure la destra berlusconiana non ha avuto nessuna clemenza. Anzi.

 

 

 

 «Amnistia? No, non sono d’accordo». Ferdinando Adornato e Antonio Martino fanno parte dello stesso partito, Forza Italia. Hanno idee diverse, opposte sul provvedimento di clemenza. Seduto su un divanetto del Transatlantico di Montecitorio, Adornato dice che «l’amnistia rientra in una logica tampone. Non affronta il problema delle carceri e non risponde all’esigenza della certezza della pena». Adornato non vede l’emergenza delle carceri italiane. “Un provvedimento del genere contrasterebbe con gli stati d’animo dei cittadini», taglia corto. Giorgia Meloni di An esce a fumarsi una sigaretta, non risponde alla domanda sull’amnistia, rientra frettolosamente in Aula. Del resto sono note le chiusure dei nazional alleati e dei diletti figli del dio Po sul tema. Loro vorrebbero più carceri (anche per chi si fuma uno spinello), non certo l’amnistia.

 

 

 

 Ben più problematico e pronto ad una discussione Sergio D’Antoni della Margherita: «Sì, sono favorevole all’amnistia, anche se bisogna discuterne i contenuti e le modalità». L’ex segretario della Cisl si aggiusta gli occhiali e inizia parlare: «La richiesta di un’amnistia arriva da più parti, sia da ambienti cattolici che laici. Le drammatiche condizioni delle carceri aggiungono un elemento in più alla necessità di un atto di clemenza. Bisogna farlo nella certezza che le pene vengano rispettate. Lo ripeto, si tratta di entrare nel merito». Nel Transatlantico di Montecitorio c’è anche l’avvocato Guido Calvi, diesse. «Amnistia? La parola viene dal greco, amnesteo significa dimenticare. Lo Stato dimentica il proprio dovere e cioè la pena. Siamo tutti contrari». Poi il discorso si fa serio, Calvi smonta pezzo per pezzo la sua premessa. «Di fronte alla drammaticità della situazione nelle carceri, che aggiunge una pena in più alla mancanza di libertà, e alla lunghezza dei processi l’amnistia e l’indulto sono essenziali. Detto questo, l’amnistia deve avere come premessa la riforma del sistema sanzionatorio e del sistema processuale. Altrimenti torniamo agli anni sessanta».

 

 

 

 Pareri ancora diversi, che si rincorrono nei corridoi della Camera, sotto i gazebo di Montecitorio. Ma il problema resta, è all’ordine del giorno, denunciato da gran parte dell’Unione, compreso anche da un pezzo del centrodestra. Daniele Capezzone della Rosa nel pugno, non è una novità, getterebbe già ora il cuore oltre l’ostacolo. Si può fare, si deve fare.

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