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Niente di nuovo sul fronte occidentale /1

Di Veronica Alfonsi.

Questa rubrica, che debutta ufficialmente oggi sul nostro blog, nasce con l’intento di tenere i riflettori puntati su un tema che ormai da mesi sta suscitando un acceso dibattito nel Paese e in Europa. Mi riferisco alla questione dei flussi migratori, che ha messo profondamente in crisi il mondo occidentale, i suoi valori fondanti, il suo modo di concepire la difesa dei diritti umani, la sua idea di accoglienza e integrazione.
Il dossier realizzato da Radicali Italiani pone a tutti noi una domanda precisa: è possibile cambiare il racconto sull’immigrazione e, partendo da dati reali, immaginare delle politiche efficaci e giuste? Noi crediamo di sì e vogliamo provare a dare il nostro contributo.
Oggi vorrei richiamare la vostra attenzione su un problema urgente, quello dei minori stranieri non accompagnati che transitano sul nostro territorio o che raggiungono l’Italia con l’intento di rimanere. Un recente comunicato dell’Asgi (Associazione Studi Giuridici Sull’Immigrazione) torna a porre l’attenzione sulle condizioni inumane e degradanti che si vivono nel Centro di Accoglienza Straordinaria (Cas) di Cona, proprio dove si sono verificati i tragici fatti di cronaca di qualche settimana fa. La struttura, idonea per 542 posti, ospita 1.400 persone tra le quali 30 cittadini stranieri di minore età, a cui è a tutt’oggi negato il diritto di avere accesso alle misure di accoglienza stabilite dalla legge: collocamento in un luogo sicuro e dedicato ai soli minori, nomina di un tutore e segnalazione a un giudice tutelare, alla procura presso il tribunale per i minorenni e alla DG Immigrazione.
La problematica sembra poi ancora più consistente considerando che molti ragazzi arrivati nel centro l’anno scorso, hanno nel frattempo compiuto la maggiore età, ma non hanno mai usufruito di alcuna tutela e molti sono poi quelli che, non essendo in possesso di un documento di identità, sono stati dichiarati maggiorenni dopo un esame frettoloso e non esaustivo. Il centro di Cona manca dei requisiti necessari per dare accoglienza: il cibo è di pessima qualità, non sono presenti operatori in grado di fornire informativa legale, non esiste un servizio di supporto psicologico e di orientamento al lavoro o all’istruzione, i locali sono sporchi, non vengono distribuiti prodotti per l’igiene o vestiario, i servizi di riscaldamento sono inadeguati e quelli igienici insufficienti.
Il centro di Cona dovrebbe essere chiuso, invece non solo è ancora funzionante ma non rappresenta, purtroppo, un caso isolato.
A questi giovani ragazzi, venuti sin qui da soli e ora lontani dalle famiglie, non solo non viene assicurata la giusta protezione né tutele minime di tipo medico, psicologico, igienico, ma viene negato loro uno dei diritti fondamentali dell’essere umano, sancito dalla Convenzione di Ginevra: il diritto all’istruzione. L’accesso al sistema scolastico equivale alla possibilità di costruire il proprio futuro, permette la costruzione degli strumenti necessari per trovare un luogo nel mondo in cui realizzare se stessi, consente di potersi integrare diventando linfa vitale, energia nuova, intelligenza costruttiva per il paese ospitante.
Perché invece di considerare questi ragazzi preziose risorse da sostenere l’Italia e l’Europa continuano a voler negare la loro esistenza, continuano a considerarli un peso di cui sbarazzarsi o da tenere il più possibile lontano dai propri confini?
I paesi dell’Unione Europea dovrebbero non solo approfittare di quanti raggiungono le nostre coste, ma costruire corridoi umanitari per accelerare l’accesso alla libertà e al sapere di quanti sono ancora bloccati altrove.
Il Libano ospita circa 1.200.000 profughi siriani: 1.200.000, avete capito bene. 300mila bambini non riceveranno mai un’istruzione, un’intera generazione di ventenni ha dovuto lasciare l’università e non potrà proseguire gli studi. Davvero possiamo rimanere in silenzio?
In “If I Close My Eyes”, il bellissimo documentario di Francesca Mannocchi, un medico siriano racconta di come, scappando dalla sua abitazione a causa di un bombardamento, abbia portato via con sè un’unica cosa, il suo diploma di laurea. Era quello per lui il documento più prezioso, la sua identità, la possibilità di ricominciare a vivere altrove. Ora l’ha appeso nella sua tenda e nonostante il dolore, quel diploma, forse gli permetterà di non perdere la speranza.
Consigliandovi la visione del documentario, vi invito a rispondere a questa domanda: che cosa rappresentano per voi le cose che avete imparato, cosa sono i libri che avete letto, cosa e chi sareste se ve ne avessero privato?

Niente di nuovo sul fronte occidentale /1
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