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Paga il paese quei tagli cancellati.

Ieri il Servizio Studi della Camera dei Deputati ha ulteriormente alzato la valutazione della manovra compresa nella Legge finanziaria. Tocca i 40 miliardi di euro, visto che bisogna includervi in realtà le misure previste in materia di indeducibilità dell’Iva relativa agli autoveicoli usati a fini strumentali dalle imprese.

Misure previste dopo che la Corte di giustizia europea ha vincolato lo Stato italiano a restituire parte degli sgravi negati negli ultimi anni: e non si tratta di cosa da poco, visto che il deficit di quest’anno passava a giudizio del governo dal 3,6% del Pil al 4,8%, proprio per effetto di quella sola sentenza. Ma, al di là di questo, anche i tecnici di Montecitorio stimano che il più della manovra venga da maggiori entrate per 16,2 miliardi di euro. Mentre, sul versante delle maggiori risorse acquisite, sempre i tecnici stimano che va considerata del tutto approssimativa, la stima dei 5 miliardi di euro relativa al Tfr forzosamente convogliato all’Inps dalle imprese: in effetti, poiché a quanto pare si sta andando verso un criterio contrattato tra governo e industriali per il quale dovrebbero esserne esentate le imprese sotto i 40 dipendenti, che raccolgono intorno all’84% degli occupati, non si comprende come la stima potrebbe risultare confermata ex post.

Tutto ciò per dire alto e forte che ormai l’impianto della Finanziaria difficilmente risulta mutabile dalle fondamenta. Ma mentre gli aumenti di entrata resteranno tutti o quasi – anche perché la maggior parte di essi sono previsti nel decreto legge collegato alla manovra – lo stesso non può certo dirsi per le minori spese. Su quelle, tutta la somma dei mille interessi centrali e locali contrari alla riduzione della spesa pubblica è entrata potentemente in attività, e non avrà requie fino alla votazione dell’ultimo emendamento in aula. Un primo elenco di tagli alla spesa già cancellati l’ha già fatto Il Messaggero ieri, ed è stata un’iniziativa meritoria. Perché di solito l’informazione dedica vasto spazio alle maggiori tasse, ma quando si tratta di spesa l’attenzione va tutta a chi protesta contro i tagli. Al contrario, far saltare la chiusura delle prefetture nelle città sotto i 200mila abitanti; oppure accontentare i sindacati che difendono con le unghie e con i denti le migliaia di poltrone collegate ai comitati provinciali dell’Inps che giustamente si volevano sopprimere; allargare ulteriormente i cordoni della borsa nella scuola, dove già si dispone l’ingresso in ruolo a tempo indeterminato di 180 mila precari mentre il numero degli alunni diminuirà; tutto ciò e il molto più che si preannuncia in aula esercita tre effetti, uno più dannoso dell’altro.

Il primo è quello di restringere ulteriormente la portata reale di quegli 8-9 miliardi di euro di tagli alla spesa, lasciando tutto il peso del riequilibrio alle tasse. Il secondo è che se anche si volesse credere all’impegno di Padoa-Schioppa e di Visco di restituire agli italiani tra tre anni tutto il prelievo aggiuntivo, la maggior spesa corrente messa intanto in moto continuerà a pretendere di essere alimentata. La terza è che per primo il premier e il ministro dell’Economia, ne risultano lesi nella credibilità: dopo aver giustamente denunciato per anni la spesa corrente che il centrodestra lasciava correre e anzi faceva aumentare di oltre 2 punti di Pil in una legislatura, significherebbe candidarsi a ripetere per l’ennesima volta lo stesso copione.

Paga il paese quei tagli cancellati.
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