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Pannella, sciopero della sete Nuovo affondo sul Concordato

  Dalla mezzanotte di ieri Marco Pannella è in sciopero della sete per denunciare la «negazione di condizioni essenziali per la legalità» delle prossime elezioni. Il leader radicale si appella ai presidenti della Repubblica, del Consiglio e delle Camere perchè rimuovano dalla nuova legge proporzionale «le condizioni discriminatorie» nei confronti della Rosa nel Pugno, costretta a raccogliere 180 mila firme per la presentazione delle liste.

E alla battaglia per la legalità si affianca quella per la laicità dello Stato, con Daniele Capezzone che torna a invocare il superamento del Concordato.

«IL GRANO E IL LOGLIO» — E pensare che, proprio ieri, Angelo Panebianco sul Corriere metteva in guardia i radical-socialisti dal cristallizzarsi sulla linea anticlericale e zapaterista, con la quale «si possono prendere voti ma ci si condanna alla marginalità rispetto a eventuali processi di aggregazione» come il Partito democratico. «Per svolgere quel ruolo di protagonisti che il loro passato legittimerebbe», spiega ancora Panebianco, occorre piuttosto presidiare quei fronti su cui il centrosinistra è più carente: libertà di mercato, garantismo giudiziario, politica estera. Un’esortazione che lascia basito Capezzone.
 
«Dice queste cose proprio a noi, che abbiamo immediatamente adottato l’agenda Giavazzi sulle riforme e lottato per l’amnistia? — chiede il segretario radicale —. E la posizione dell’Unione sull’Iraq non è forse frutto anche delle cose dette da Emma Bonino?». Altro che rischio di marginalizzazione: «Ma Panebianco li ha letti i sondaggi di Mannheimer e l’ultima ricerca dell’Eurispes? La Rosa rappresenta le istanze di una vasta porzione di elettorato, che è fondamentale per il centrosinistra». Perciò Capezzone insiste (anche sulle pagine dell’Unità): «Chiediamo alla coalizione di sostenere la battaglia per una maggiore laicità dello Stato e per il superamento del Concordato, un punto che non ha la pretesa di essere inserito nel programma — precisa — ma che deve avere pieno diritto di cittadinanza». Anche durante la conferenza programmatica che l’Unione terrà l’11 febbraio, guarda caso anniversario della firma dei Patti lateranensi del 1929.
 
Critico con l’analisi di Panebianco è pure Enrico Boselli: «È stata la Cei a dettare l’agenda e noi ci siamo ritrovati a supplire al silenzio del centrosinistra». Ciò detto, la laicità resta per la Rosa una questione di fondo: «E’ tutt’altro che secondaria o finalizzata solo al raccoglimento di voti — sottolinea il segretario dello Sdi —. Anzi, è un tutt’uno con la modernizzazione economica e sociale del Paese». Una scelta strategica, insomma, anche per il futuro Partito democratico: «Non dimentichiamoci che l’Ulivo entrò in crisi quando Rutelli, scegliendo l’astensione al referendum sulla fecondazione assistita, trasformò la Margherita in un partito cattolico. Noi siamo interessati a questo progetto, ma per ora vedo solo un bipartito pieno di ambiguità».
 
LA BATTAGLIA SULLE FIRME — Tutti nodi che verranno al pettine in settimana, quando i leader della Rosa incontreranno, per la prima volta tutti insieme, Romano Prodi. Nel frattempo, l’attenzione sarà concentrata sulla legge elettorale che, prevedendo la raccolta di 180 mila firme sulle liste dei partiti che si presentano con un nuovo simbolo, costringe la Rosa a chiudere le candidature un mese prima delle altre forze politiche. Una norma «che viola il principio di uguaglianza», perciò radicali e socialisti hanno presentato due emendamenti al decreto Pisanu sul voto domiciliare che domani sbarca all’esame dell’Aula del Senato: il primo emendamento mira a eliminare la raccolta delle firme, il secondo le collega alla presentazione del contrassegno invece che delle liste. Un modo per arginare il danno maggiore, che è appunto la definizione delle candidature in largo anticipo rispetto agli altri partiti. Ma la strada appare in salita, perché il Governo ha già fatto sapere di essere contrario. 

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