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Perché il 12 maggio saremo in piazza Navona

Non potrei giurare che Marco Pannella colga del tutto nel segno, quando dice che il Family Day si farà proprio il 12 di maggio perché i suoi promotori vogliono prendersi, a 33 anni di distanza, una clamorosa rivincita su un altro 12 maggio, quello della vittoria del No nel referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio: chissà, potrebbe pure darsi che in un Paese come il nostro persino la Chiesa, ogni tanto, abbia dei vuoti di memoria, e che insomma questa data sia venuta fuori un po’ per caso, e gli organizzatori della manifestazione romana di piazza San Giovanni per la famiglia e contro i Dico vi si siano affezionati, cogliendone l’evidente valore simbolico, strada facendo. E, almeno in partenza, non ero neanche sicurissimo che fosse una buona idea, quella avanzata dalla Rosa nel Pugno, o come si chiama adesso, di darci appuntamento lo stesso giorno, in piazza Navona, la stessa dove nel ’74 ci ritrovammo a festeggiare la vittoria, per una contromanifestazione indetta in nome dell’«orgoglio laico»: va bene, benissimo, difendere puntigliosamente (e orgogliosamente, perché no) le libertà, i diritti, la laicità della politica e dello Stato, va un po’ meno bene accettare la logica dello scontro frontale.
Ma con il trascorrere dei giorni, e il crescere delle polemiche, il giudizio di Marco si è fatto, almeno ai miei occhi, più convincente, e l’idea di ritrovarci in piazza Navona (spero in tanti, credenti e non credenti, etero ed omosessuali, sposati single e conviventi, e chi più ne ha più ne metta), pure. Quel 12 di maggio del ’74 rappresentò uno spartiacque nella storia politica, civile e culturale italiana. Politicamente, civilmente, culturalmente entrammo in Europa, o almeno sperammo di esserci entrati. Molti lo hanno dimenticato, noi no: non vogliamo tornare indietro, e siamo certi di non essere soli. Dunque, il Riformista il 12 di maggio del 2007 ci sarà, perché quella piazza è, oggi come allora, la nostra piazza, quella gente, poca o molta, speriamo moltissima, che sarà, è la nostra gente, quell’orgoglio laico è il nostro orgoglio: senza arroganza, senza volontà di rivalsa, aperti, tolleranti, pronti al dialogo pure nei confronti di chi l’apertura, la tolleranza, la disponibilità al dialogo non sa nemmeno dove stiano di casa, e però per nulla inclini a ritirarci in buon ordine, e in silenzio.
A far maturare in noi questa convinzione tranquilla sono state, per curiosa che possa apparire la cosa, anche le reazioni all’iniziativa di alcuni tra i principali organizzatori del Family Day, come le accuse del portavoce, il nostro amico Savino Pezzotta, secondo il quale chi va in piazza Navona «vuole solo dividere il Paese», quasi che chi va in piazza San Giovanni volesse invece unirlo rispettando e garantendo la pluralità delle opinioni, o le proteste di Paola Binetti, che assicura che in piazza Navona, manifestando perché quella pur modesta riforma che sono i Dico non finisca definitivamente dispersa in Parlamento, si manifesterà in realtà «contro la famiglia». A questa logica, a questa indimostrata e presuntuosa certezza di rappresentare la stragrande maggioranza del Paese (anzi, l’unità vera e profonda degli italiani) che viene ostentata, a questa crescente inclinazione a costruire rappresentazioni di comodo del punto di vista altrui, non ci stiamo. Siamo sicuri, dicevo, di non essere soli. Ma il 12 maggio vorremmo che ci confortassero in questa convinzione (venendo in piazza Navona, e guardando in tv la manifestazione, con ogni probabilità ben più massiccia, di piazza San Giovanni) tutte le forze del centrosinistra che la legge sulle unioni di fatto la hanno voluta. E che quotidianamente ci assicurano di non considerare esaurito il loro compito.

Perché il 12 maggio saremo in piazza Navona
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