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Perché l'Italia è l'anello debole della catena energetica

  Domenica 1 gennaio 2006, il più grosso produttore di gas naturale del mondo, la Russia, ha chiuso il rubinetto all’Ucraina. L’onda d’urto della mossa della Gazprom si è propagata ben oltre Kiev ed ha rovinato il Capodanno ai ministri dell’industria di Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Austria, Germania, Francia e Italia. Una specie di tsunami del gas. Il prezzo ”spot” sui mercati ha reagito compiendo un balzo del 16%. Solo alcuni dei paesi che comprano gas naturale a Mosca stanno però vivendo queste ore in drammatica apprensione: si tratta di quei governi, Italia in primis, che non hanno alternativa a fare affari con Gazprom – una sorta di “ottava sorella” sotto il controllo del presidente russo Vladimir Putin che possiede circa il 30% dei giacimenti mondiali di gas e produce 600 miliardi di metri cubi l’anno.
 
 Oggi Gazprom è l’arma utilizzata dal Cremlino contro il leader ucraino Viktor Yushchenko, desideroso di far uscire il suo paese dalla sfera d’influenza russa, entrare nella Nato e nell’Unione europea. Domani Gazprom potrebbe essere utilizzata per altri scopi. La riottosa Ucraina è stata “interrotta” perché non accetta di pagare la nuova tariffa proposta da Putin: 230 dollari per ogni 1.000 metri cubi di gas contro i 50 dollari in vigore fino al 31 dicembre scorso. La quadruplicazione della bolletta agli occhi del Cremlino ha una sua logica industriale e politica. Oggi, il 25% delle importazioni di gas d’Europa sono soddisfatte da Gazprom, di cui il governo di Mosca detiene il 51% del capitale. Domenica sera, quando il distributore di gas ungherese Mol ha dichiarato alla Reuters che mancavano all’appello il  25% delle forniture, nelle cancellerie di mezza Europa all’apprensione si è aggiunto l’allarme. Ma come dicevamo non in tutte. La Polonia, ad esempio, ha riserve per appena una settimana, ma ha già preannunciato l’intenzione di aggirare il problema passando per i tubi che attraversano la Bielorussia.
 
 In Germania, il più grande importatore di gas russo, E.On e Ruhrgas hanno immediatamente informato l’opinione pubblica del fatto che non ci saranno gravi problemi per i consumatori e le imprese, e che forse, limitate restrizioni potranno verificarsi se il confronto tra Mosca e Kiev dovesse prolungarsi per mesi e l’inverno permanesse particolarmente rigido. Bgw, un fornitore di gas che serve 1.300 imprese tedesche, ha spiegato che Berlino può operare uno “switch” degli approvvigionamenti su Paesi Bassi e Norvegia, utilizzando i porti del nord. A Parigi, intanto, Gaz de France si è affrettata a spiegare che si rivolgerà ad altri fornitori se dovessero prolungarsi i problemi della Russia.
 
 In Italia, purtroppo, né l’Eni né il ministero dell’industria hanno potuto usare toni altrettanto rassicuranti: non abbiamo i giacimenti del Mare del Nord, abbiamo un solo rigassificatore e di ridotta capacità, fatichiamo a riconvertire le centrali a carbone, non abbiamo il nucleare, e imprese come l’Enel stentano addirittura ad ottenere l’autorizzazione alla costruzione di nuove centrali alimentate da fonti rinnovabili. I francesi hanno due terminali per importare gas via nave, proveniente dunque da qualsiasi parte del mondo, capaci di 16 miliardi di metri cubi l’anno. Gli spagnoli ne hanno quattro, per 30 miliardi di mc/a. In Italia ne esiste uno solo per appena 3,5 miliardi di mc/a. I francesi hanno il 70% dell’energia di derivazione nucleare, i tedeschi hanno puntato massicciamente sul carbone, che viene affiancato al nucleare.
 
 Queste sono alcune delle ragioni per cui il ministro Claudio Scajola, a differenza dei suoi colleghi in Francia e in Germania che come noi si riforniscono in Russia, è tra quelli che ha avuto il Capodanno rovinato dalla Gazprom. C’è dell’altro: Scajola, e chiunque prenderà il suo posto dopo le prossime elezioni, è preoccupato in considerazione di quel che ci attende nei prossimi anni. Oggi il 27% dell’energia elettrica prodotta in Italia è ottenuto bruciando gas ma nel 2010, quando saranno completati gli impianti a ciclo combinato che stanno costruendo i concorrenti dell’Enel, il mix di combustibili nazionale vedrà la quota del gas balzare al 50%.
 
 Nello stesso arco temporale Enel, se gli iter autorizzativi non subiranno altri intoppi, avrà completato il proprio programma di riduzione della dipendenza dal petrolio e dal gas portando dal 22% al 47% la quota di energia elettrica ottenuta da carbone: non è detto però che i miliardi di euro di investimenti di Enel sia pure già autorizzati vadano davvero in porto. In agguato ci sono sempre le pattuglie dell’ambientalismo a oltranza pronte ad alimentare con terroristiche previsioni la sindrome Nimby, not in my backyard. Basta che cambi una giunta comunale, provinciale o regionale che, come si è visto nel caso del rigassificatore di Brindisi, tutto torni in alto mare.
 
 I segnali inviati dalla politica non sono sempre mcoraggianti. Soltanto il 14 dicembre scorso – due settimane fa – l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti aveva avvertito il Parlamento di un rischio blackout del gas legato alla fragilità delle infrastrutture del paese, ma purtroppo il suo avvertimento è stato accolto con ”profonda irritazione” in via Veneto. Irritazione mal riposta, come i fatti di Capodanno sì sono incaricati di dimostrare (se mai ve ne fosse stato bisogno). Oggi l’Italia si rifornisce di gas attraverso due gasdotti che attraversano il Mediterraneo da sud a nord provenienti da Algeria e Libia, e due gasdotti che da nord a sud attraversano le Alpi provenienti dai Paesi Bassi e dalla Russia. L’import dalla Russia – ha reso noto l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni – a seguito della crisi ucraina è sceso del 24%, una perdita cioè del 6% del totale delle importazioni italiane. L’Italia importa 26 miliardi di metri cubi l’anno all’Algeria, otto dalla Libia, 16 dal mare del Nord e 24 dalla Russia (di cui l’80% passa dall’Ucraina). La produzione nazionale si attesta intorno ai 12 miliardi di metri cubi. La fragilità del sistema italiano è dunque nei numeri. Enel, il più grande importatore di gas d’Italia, dopo l’Eni, da anni sta puntando sul carbone e sulle fonti rinnovabili e su nuovi terminali di rigassificazione. La produzione di energia è ad oggi assicurata dalla possibilità di far “girare” alcune centrali con il costoso olio combustibile anziché con il gas, mentre vengono mandate ”a tavoletta” le centrali a carbone, e vengono utilizzati al massimo della loro capacità i gasdotti che vengono dall’Africa e dal Mare del Nord. I clienti industriali “interrompibili” sono stati avvertiti che potrebbero essere “distaccati”.
 
 Si tratta di soluzioni che permetteranno di gestire l’emergenza, ma insufficienti a risolvere carenze strutturali. L’Italia rimane estremamente vulnerabile e non è possibile che la politica se ne renda conto solo sull’onda dell’emergenza: con o senza crisi ucraina, il sistema energetico italiano è inadeguato. L’Italia è il paese europeo con la maggiore produzione di energia elettrica da gas naturale e petrolio. Il nostro sistema era in emergenza già prima che scoppiasse la “guerra” tra Mosca e Kiev. Il 20 dicembre Snam Rete Gas, su indicazione del ministero delle Attività produttive che ha avviato la prima fase della nuova procedura di emergenza, aveva avvisato gli operatori di massimizzare le importazioni di gas. L’intervento del ministero aveva fatto seguito al parziale svuotamento degli stoccaggi, la prima spia che fa scattare il campanello di allarme nei modelli predittivi utilizzati da Snam.
 
 Bisogna almeno augurarsi che i fatti di questi giorni inducano ad una riflessione quanti si oppongono alla costruzione di infrastrutture in grado di ridurre la dipendenza de
ll’Italia da un ristretto numero di paesi esportatori di materie prime, in vista della prossima campagna elettorale, le coalizioni che si contendono la guida del governo devono presentare un programma chiaro e realistico per fare in modo che le famiglie e le imprese possano rifornirsi di energia in modo sicuro, a costi competitivi e sostenibili per l’ambiente: più rigassificatori, più rinnovabili, più carbone.

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