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Preti sposati, il Sinodo si divide

  Preti sposati? No, è opportuno lavorare per una “più adeguata distribuzione del clero nel mondo”, sostiene il cardinale Scola. “Io da prete dovevo celebrare nove messe ogni domenica. Bisogna affrontare il problema delle comunità di fedeli, che sono quasi sempre senza sacerdote”, ribatte il vescovo delle Filippine, monsignor Louis Tagle. Esplodono subito al Sinodo le questioni più scottanti: la comunione ai divorziati passati a nuove nozze e la possibilità di preti sposati. Era da prevedere, ma nessuno poteva immaginare che già alla conferenza stampa ufficiale si manifestassero divergenze di approccio così nette. Resta ancorato alla linea tradizionale del Vaticano il patriarca di Venezia Angelo Scola, che ha introdotto il Sinodo con una relazione di cinquantadue pagine in latino, risultate incomprensibili alla stragrande maggioranza dei vescovi, aggrappati all’auricolare della traduzione simultanea per orientarsi. Relazione anche bella per la passione nell’illustrare i significati profondi dell’eucaristia. Ma – per molti presuli – poco anglosassone nel presentare i punti su cui i vescovi vogliono fare proposte concrete.

Dice Scola che l’eucaristia è un “dono, non un diritto” e quindi i divorziati risposati devono essere accompagnati e sostenuti nel praticare il “digiuno eucaristico”. Insomma niente comunione. Non è ammessa neanche l’intercomunione con i fedeli di altre confessioni cristiane tranne in casi rari. Nessuna apertura nemmeno sull’eventualità di clero sposato. Da decenni si parla nella Chiesa dei “viri probati”: laici sposati di provata fede e di una certa età, che potrebbero essere ordinati sacerdoti. Scola ribadisce l’importanza del celibato e afferma che la “Chiesa non è un’azienda, bisognosa di una certa quota di quadri dirigenti”. Meglio ridistribuire il clero esistente e invocare da Dio nuovi sacerdoti celibatari.

Ma il dibattito è partito. Il vescovo haitiano Pierre-Antoine Paulo sostiene davanti alla stampa internazionale la necessità di individuare i casi in cui “il sacramento più importante della Chiesa possa essere ricevuto anche dai divorziati risposati”. Insiste ancora sulla carenza del clero il presule filippino Tagle: “Da noi i seminari sono pieni. Cresce il numero dei preti, ma cresce ancora di più il numero dei fedeli. In tantissimi quartieri e villaggi la gente anela all’eucaristia, dobbiamo mandare ostie consacrate, ma non è la stessa cosa”.

Ora tutto è nelle mani di papa Ratzinger. Sta a lui far capire se è pronto a risolvere i problemi. Il vescovo Trautman, presidente della commissione liturgica dell’episcopato statunitense (riportato dall’agenzia Adista) accusa il documento preparatorio del Sinodo di una “visione ristretta, indegna di un incontro mondiale di vescovi”. E sostiene che i diaconi permanenti, già oggi in attività, potrebbero essere ordinati preti “se adeguatamente formati e qualificati”.
Papa Ratzinger ha incoraggiato l’assemblea a guardare a “lacune e difetti che noi stessi non vogliamo vedere” per una “correzione fraterna”. Può voler dir molto o poco. Però intanto ha suggerito al cardinale Scola un’apertura importante. Potrebbe essere rivisto tutto il meccanismo degli annullamenti matrimoniali, per chi si è sposato in chiesa solo per “meccanica adesione alla tradizione”. Poi il pontefice ha annunciato che andrà dal dentista. Annuncio fortunatamente meno drammatico di quelli che faceva papa Wojtyla.

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