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Prima sconfitta per il Pd

  Forse la stagione della lai­cità e dei diritti civili sta al­le nostre spalle, motivo, per noi, di nostalgia e di rim­pianto.

 

 

 

Quasi quarant’anni fa, nel dicembre del 1970, a Montecitorio veniva ap­provata definitivamente, con una bella maggioranza (319 voti a favore e 286 contrari) la leg­ge che consentiva, anche in Italia, il divorzio. Finiva l’epoca della in­dissolubilità del matrimonio, principio difeso per secoli, ed an­cora oggi, dalla Chiesa Cattolica. Pochi anni dopo, nel 1978 veniva approvata la legge che aboliva il reato di aborto e consentiva, an­che in Italia, l’interruzione della gravidanza. In ambedue i casi, na­turalmente, la Chiesa aveva chia­mato i cattolici a raccolta perché si opponessero alla introduzione nel nostro ordinamento di norme, il divorzio e l’aborto, in contrasto con la dottrina e la morale cattoli­ca. Ma le due leggi, dopo appassio­nato dibattito nel paese e in Parla­mento, vennero approvate dalla maggioranza dei deputati e dei se­natori, e poi confermate dalla maggioranza degli italiani chia­mati ad esprimersi con i referen­dum del 1974 e del 1981. Nono­stante la dura opposizione della Dc e del MSI, e i richiami della Chiesa al rispetto dei principi che avevano retto per secoli la vita del­le nostre famiglie.

 

 

 

Sono passati da allora qua­rant’anni. La gente si sposa, divor­zia, si risposa. Il divorzio e la legaliz­zazione dell’aborto non hanno di­strutto la famiglia, come prevede­vano e gridavano sulle piazze colo­ro che si erano autoproclamati di­fensori della famiglia e della religione cattolica.

 

 

 

Oggi le stesse grida si levano con­tro l’ipotesi di una regolamentazione e tutela delle coppie di fatto, sia­no etero o omosessuali. Non ha im­portanza che queste coppie «di fat­to» siano, anche nel nostro paese come in tutta l’Europa, sempre più numerose e spesso bisognose di tu­tela. In questo riconoscimento, in questa tutela pubblica di situazioni affettive e solidali, le gerarchie vati­cane vedono una minaccia alla unità della famiglia ed alla morale pubblica. E finora sono riuscite a impedire che le proposte di legge già elaborate in questa legislatura (prima i Dico e poi i Cus) venissero prese in esame. Lo schieramento dei laici appare, rispetto a qua­rant’anni fa, più incerto, debole e diviso.

 

 

 

Sbarrata, dunque per ora, la strada della legge, i laici chiedono almeno che vengano istituiti pres­so i rispettivi municipi, dei «regi­stri» delle unioni di fatto, dichia­razioni di convivenza dai quali far discendere alcuni elementari di­ritti (il subentro nell’affitto, il di­ritto di assistere il partner grave­mente malato) Registri di questo tipo sono già stati istituiti a Pado­va, ad Ancona e in numerosi co­muni d’Italia senza grandi pole­miche.

 

 

 

Ma a Roma no. La possibilità che anche a Roma venga istituito un analogo registro viene considera­ta, dal Vaticano, una offesa al «ca­rattere sacro» della nostra città. E dunque, alla vigilia del dibattito e del voto, che avrebbe dovuto aver luogo ieri in Campidoglio, il Vica­riato ha richiamato i consiglieri comunali cattolici al dovere di opporsi e di «mostrare la propria coerenza e determinazione», vo­tando contro ogni proposta, fosse anche la più modesta a favore del riconoscimento delle coppie di fatto.

 

 

 

L’appello era rivolto, natural­mente, a tutti i consiglieri comu­nali di Roma ma, in modo particolare, a quelli cattolici, che fanno parte del Partito Democratico. « I cattolici che siedono in Consiglio Comunale e tutti coloro che consi­derano la famiglia fondata sul ma­trimonio come la struttura por­tante della vita sociale, da non svuotare di significato attraverso la creazione di forme giuridiche alternative – dice la Chiesa – sa­ranno presto chiamati a mostrare la propria coerenza e la propria determinazione» La famiglia tra­dizionale come «principio non negoziabile», e la Binetti indicata come esempio per i cattolici che, presenti in politica, vogliano esse­re in pace con la propria coscien­za.

 

 

 

In Campidoglio ieri erano in di­scussione tre documenti. Due di questi, uno di iniziativa popolare l’altro di Rifondazione, i Verdi e la Rosa nel Pugno, proponevano la istituzione in Comune del registro dei conviventi. Un terzo docu­mento, un ordine del giorno pro­posto dal Partito Democratico e che avrebbe voluto essere di me­diazione, si limitava a raccomandare al governo un sollecito esame dei progetti che, già presentati, so­no attualmente all’esame del Se­nato. Nessuno di questi tre docu­menti ha ottenuto, in Consiglio Comunale, la maggioranza. E’ sta­to alla fine messo in votazione e re­spinto un quarto documento, pro­posto dalla Casa della Libertà e da AN con il quale si chiedeva la dife­sa rigorosa della famiglia tradizio­nale.

 

 

 

Niente di fatto, dunque. Dall’esi­to del voto in Campidoglio esce confermata, in modi di cui è diffici­le prevedere le conseguenze, la rot­tura dell’unità del Partito Demo­cratico quando siano in discussio­ne problemi che le gerarchie cattoliche ritengono «non negoziabili», quei probemi che vengono gene­ralmente definiti «eticamente sen­sibili», ma che sarebbe più corretto definire con il termine di «diritti ci­vili». Di qui, dice II risultato di ieri in Campidoglio, non si passa. Ogni tentativo, anche il più ragionevole, di mediazione è destinato al falli­mento. Di qui non si passa. I catto­lici presenti in politica sono bru­scamente richiamati all’obbedienza.

 

 

 

Ma il Partito Democratico nasce­va nell’intenzione di chi lo aveva fortemente voluto, sulla scommes­sa della possibile unità tra le cultu­re laiche presenti nelle fila dei De­mocratici di Sinistra e della Mar­gherita. Uno sforzo di mediazione doveva essere possibile, evitando l’Irrigidirsi delle rispettive posizio­ni. La proposta dei Dico, elaborata insieme dalle ministre Pollastrini e Bindi andava esattamente in que­sta direzione. Ma è stata nei fatti prima ridimensionata e poi respin­ta. Una vittoria, senza dubbio, per le gerarchie cattoliche. Una sconfitta per chi aveva scommesso su una possibile convergenza e unità dei due diversi riformismi, uno di origine popolare l’altro di origine socialista.

 

 

 

Una sconfitta, per finire, per Walter Veltroni che di questo nuovo Partito Democratico è stato eletto segretario, e che ieri, certo non per caso, non ha nemmeno voluto es­sere presente nell’aula del Campi­doglio, dove si è consumata la discussione e la sconfitta. No, erava­mo più laici quarant’anni fa, quan­do il nostro Parlamento ha appro­vato, nell’oramai lontanissimo 1970 la legge sul divorzio.

Prima sconfitta per il Pd
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