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Prodi-Bertone, il nuovo asse

L’annuncio del successore alla presidenza della Cei del cardinale Camillo Ruini dovrebbe essere dato il 7 marzo e già ora è data (quasi) per scontata la nomina dell’arcivescovo di Taranto, Benigno Luigi Papa. Un nome che va nel segno della «discontinuità» rispetto al mandato precedente, tant’è che Ruini, ancora venerdì scorso, in un colloquio con Papa Benedetto XVI ha tentato di rimettere in campo la candidatura del suo successore più naturale, il patriarca di Venezia Angelo Scola, vicino a Comunione Liberazione e anche lui un convinto assertore della linea “interventista”, quella che la Cei ha condotto in questi anni.

E, invece, non c’è stato niente da fare. Il Pontefice in quell’occasione ha avuto parole di elogio per Scola, ma alla fine Ruini ha capito che non sarà il patriarca di Venezia il suo successore. Un’operazione condotta dal segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Tarcisio Bertone di cui il Papa si fida non fosse altro perché lo ha avuto per tanti anni segretario della congregazione del Sant’Uffizio, quando l’allora cardinale Ratzinger ne era prefetto. Il cardinale Bertone ha ridisegnato il vertice della Cei in modo da avere voce in capitolo anche sulla linea dei vescovi italiani: monsignor Papa è, infatti, un religioso come lui. Salesiano Bertone, francescano cappuccino Papa. E’ un vescovo, cosa insolita, per un presidente della Cei. Non ha il prestigio di un cardinale e per di più resterà nella diocesi di Taranto, lontano quindi dai Sacri Palazzi, visto che il cardinal Ruini, pur avendo perso la battaglia per la successione, resterà Vicario di Roma. Insomma, rappresenta la tipica nomina debole, di transizione che il Segretario di Stato potrà influenzare.

Ma se, come tutto lascia credere, dalle ovattate stanze d’Oltretevere uscirà alla fine il nome di monsignor Papa per la presidenza della Conferenza episcopale, non sarà felice solo il segretario di Stato ma anche l’attuale presidente del Consiglio, Romano Prodi. Già, perchè la battaglia per evitare che un «ruiniano» succedesse a Ruini, cioè a quel presidente della Cei che non è mai stato tenero con questo governo e con questa maggioranza (basti pensare ai Pacs), è un obiettivo primario per il Professore, forse ancor più importante (ma sicuramente non meno) della fusione tra San Paolo-Banca Intesa, del risiko bancario-industriale condotto in alleanza con Giovanni Bazoli, del Fondo per le Infrastrutture F2i. Di questo è assolutamente convinta la vittima designata dell’operazione, l’attuale presidente della Cei.

Anzi, negli ambienti vicini ai vertici della Conferenza Episcopale, è data per sicura la notizia di un incontro che si sarebbe svolto nelle ultime settimane tra il premier italiano e il segretario di Stato vaticano per individuare la strada di un possibile confronto sui temi caldi, a cominciare dai Pacs. In quell’occasione sarebbe stata adombrata dal cardinal Bertone anche l’idea di una guida dal profilo «più pastorale» della Cei. Insieme alla promessa, avvolta nel linguaggio enigmatico dei padri della Chiesa, che in cambio di un atteggiamento più disponibile da parte del governo sui temi considerati più incandescenti per la Chiesa, lo stile e l’atteggiamento della Conferenza dei vescovi italiani sarebbe cambiato, sarebbe diventato più attento al concetto «dell’autonomia del laico impegnato in politica» predicata da Paolo VI e tanto cara al capo del governo. Da quel giorno il Professore ha cominciato a confidare mentre dal suo studio d’Oltretevere il cardinale Bertone, successore dell’indimenticabile cardinal Angelo Sodano, ha iniziato ad operare con una certa abilità. Addirittura è arrivata nelle mani del Papa una lettera dei vescovi piemontesi che hanno espresso qualche riserva sul candidato «ruiniano», cioè sul cardinal Scola, proprio per la sua vicinanza a Comunione e Liberazione.

Perchè si sono mossi i vescovi piemontesi? Semplice, basta farsi due conti, le geometrie della Chiesa sono elementari: anche il cardinal Tarcisio Bertone, infatti, è piemontese di Romano Canavese e se monsignor Papa diventerà presidente della Cei, segretario generale della conferenza dei vescovi italiani sarà nominato il vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio, piemontese anche lui come il segretario di Stato, proprio di Romano Canavese. Sono iniziative che si prendono spesso nei giochi, diciamo con rispetto, di potere che si svolgono dentro la gerarchia ecclesiastica. Anzi, in passato gli scherzi, da prete, sono stati anche più pesanti: durante il Conclave un giornale tedesco pubblicò che il patriarca di Venezia, che era tra i papabili, venti anni fa aveva fatto uso di psicofarmaci per curare un esaurimento nervoso.

Detto fatto in queste settimane le «chances» del candidato «ruiniano» sono precipitate. E pensare che nel 2006 in una consultazione ufficiosa promossa tra i 225 vescovi italiani dall’allora segretario di Stato, Angelo Sodano, il cardinale patriarca di Venezia era risultato secondo solo all’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi. E, contemporaneamente, nei Palazzi della politica romana sono arrivati gli echi di quanto sta avvenendo Oltretevere: per cui i seguaci di Prodi, sconquassati dalle polemiche sui Pacs, hanno cominciato a sperare, mentre gli uomini di Berlusconi a preoccuparsi.

«E’ un buon segnale, anzi ottimo – si esaltava ieri in Transatlantico, Franco Monaco, fedelissimo del premier -. Andiamo verso una guida più pastorale. In questi anni, invece, la Cei è stata strumento di conservazione e regressione. L’articolo di fondo di Avvenire dell’altro giorno usava il linguaggio di Pio IX, quello con cui difendeva lo Stato Pontificio». Meno entusiasta è, invece, il teo-dem, Enzo Carra, sicuro che una guida diversa non cambierà la linea della Conferenza episcopale e, soprattutto, del Papa: «Guardate, se tu baci la mano a Benedetto XVI lui ti risponde Pacs. Se gli parli del mondo ti risponde ancora Pacs. Lui pensa solo a quello». Mentre l’ex-dc Pierluigi Castagnetti è cauto: «In quelle stanze le nomine sono sicure solo il giorno dopo che sono state fatte».

Sul versante del centro-destra, invece, c’è perplessità. «Con monsignor Papa – osserva Francesco Giro, deputato di Forza Italia attentissimo alle cose vaticane – non si sceglierebbe una guida forte, nella continuità, ma un candidato di transizione, con un’impronta più pastorale». Un’espressione che Angelo Sanza, da buon ex-dc finito alla corte di Berlusconi, traduce in questo modo: «Sì, è una candidatura pastorale. Però per esperienza so che quando i preti mi dicono: “Onorevole, noi siamo solo pastori di anime”, io capisco che stanno dall’altra parte».

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