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Quando la coppia non è laica

  Non vi è alcun dubbio che il matrimonio che non si basi sulla condivisione dei medesimi valori sia destinato al fallimento. L’appello del cardinale Ruini alla «prudenza» e «fermezza » nei confronti dei matrimoni tra cattolici e musulmani, esposto in modo argomentato e circostanziato, s’ispira al buon senso e tende alla salvaguardia del bene comune, in particolare quello dei figli, vittime designate di scelte avventate senza una adeguata conoscenza delle reciproche specificità religiose e culturali.

Pur non essendoci un pregiudizio nei confronti dei musulmani in quanto persone, la Chiesa rivendica legittimamente la tutela dell’identità cristiana nella famiglia e nella società. Una difesa che è religiosa ed esistenziale, che attiene sia alla sfera dei valori sia a quella del vissuto dei coniugi. Che ha la sua ragion d’essere in una fase storica in cui imperversano il relativismo culturale e il nichilismo, e in cui le cronache ci ammoniscono sulle conseguenze a cui vanno incontro soprattutto le donne e i bambini sottoposti a leggi islamiche inique e a tradizioni maschiliste.

Ebbene proprio perché d’accordo con la posizione della Chiesa che non si traduce in un pregiudizioma in una esortazione contestualizzata, dico che il matrimonio tra cristiani e musulmani si rende possibile se tra i partner c’è condivisione di valori. Che, per esperienza diretta, sono i valori umani universali del primato della vita e della persona. Conosco coppie miste che funzionano magnificamente sulla base della conoscenza della religione e cultura altrui, del reciproco rispetto e dell’intesa sull’educazione dei figli. Conosco genitori musulmani di entrambi i sessi che accompagnano volentieri i figli in chiesa alla messa della domenica.

Più numerosi sono i casi di coppie miste sostanzialmente laiche dove si fa prevalere l’interesse sincero per il futuro di figli nati, cresciuti e che vivranno in Italia. Educandoli nel rispetto di valori umani universali e assecondando le loro inclinazioni religiose man mano che crescono. Il problema si pone nei confronti dell’homo islamicus, di quanti pretendendo di incarnare il «vero islam» e vorrebbero imporre principi e disvalori inconciliabili con la civiltà occidentale, come l’obbligo di conversione all’islam del cristiano che aspiri a sposare una musulmana, senza possibilità di ripensamento pena la condanna a morte quale «apostata», la poligamia, la disparità giuridica tra uomo e donna, i figli adolescenti sottomessi alla tutela paterna assoluta.

Dobbiamo ringraziare la Chiesa per la chiarezza e il coraggio con cui denuncia queste flagranti violazioni dei diritti umani. Ma dovrebbe essere lo Stato ad affermare in ambito giuridico e sociale il primato della legge sul proprio territorio. Senza se e senza ma. Prima di preoccuparci della democrazia e della libertà religiosa nei Paesi musulmani, assicuriamoci che ciò avvenga in Italia da parte dei musulmani residenti. E se proprio l’Italia dovesse nutrire una suscettibilità a raccogliere il messaggio della Chiesa, che guardi a quanto sta facendo la Francia che, nel nome del laicismo, ha deciso di combattere la poligamia e assicurare l’integrazione basata sulla condivisione dei valori delle famiglie immigrate.

Quando la coppia non è laica
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