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radicali all'attacco: troppi due «no» da Prodi

  Incontro «insoddisfacente», fa subito sapere Marco Pannella, quello che ieri sera lui e Roberto Villetti della Rosa nel Pugno hanno avuto con Prodi, che invece ostenta fiducia: «La discussione va avanti, si arriverà ad un accordo, come si fa tra alleati».

 

 

 

 «Avevamo chiesto la Difesa per Bonino e il rispetto della legge sull’elezione dei nostri senatori, e da come è andata questo incontro per me potrebbe essere anche l’ultimo», dice il leader radicale. «Due no detti con molta diplomazia» dice Roberto Villetti. La partita si giocherà dopo l’elezione del Capo dello Stato. E si riapre l’ipotesi delle Politiche Comunitarie p er la Bonino.

 

 

 

 Il punto è che l’incarico a ministro della Difesa è rivendicato pure da Mastella, che ha a suo tempo minacciato l’appoggio esterno, grazie ai tre strategici senatori del Campanile. «Io ho maggiori competenze, in un dicastero in cui oggi si esaminano dossier internazionali e ci si occupa di peace keeping», dice Bonino, «E se Prodi è un leader e non un notaio, in base al curriculum e anche al manuale Cencelli dovrebbe trame le conseguenze», ha detto ieri sera nella riunione-lampo con Pannella prima dell’incontro col Professore, «senza considere che noi avremmo voluto partecipare a pieno titolo a delineare il profilo del governo, e ci hanno tenuto fuori, chiedendoci solo una proposta, un nome per un ministero di seconda fascia. Come la Difesa, appunto».

 

 

 

 Il competitor Mastella sulla faccenda si è riservato solo una battuta, «io sono un gentiluomo del Sud e quell’accusa di incompetenza mi è dispiaciuta», ufficialmente. Per il resto, tace. E quando Mastella tace, c’è sempre da preoccuparsi. Ma il suo umore trapela, ed è quello di chi si sente in una botte di ferro. Già nei giorni scorsi aveva minacciato “l’appoggio esterno”. Ieri quella minaccia non ha avuto bisogno di ripeterla: non solo Mastella non sollecita alcun incontro con Prodi (che sta ricevendo tutti i «piccoli» dell’Unione e ieri s’è visto anche recapitare un sollecito via telegramma da Sbarbati), ma placidamente attende gli sviluppi. «Tanto la Rosa nel Pugno non è determinante nè alla Camera nè al Senato: loro hanno diciotto deputati, noi diciotto senatori», era più o meno il suo ragionamento. Come dire che, anche se Palazzo Madama per l’Udeur siedono solo in tre, Mastella ritiene di poter “controllare” tutto il Gruppo misto. Un argomento forte, perché allude a quel che l’inventore del Campanile ha raccontato durante la travagliata vicenda dell’elezione di Franco Marini a presidente di quell’Assemblea: «A un certo punto mi chiama Prodi e mi dice, “Clemente, pensaci tu…”. E così alla fine ce l’abbiamo fatta».

 

 

 

 Il Senato dunque, questo è il punto. Anche per la Rosa nel Pugno. La quale s’è fatta sentire laddove può, alla Camera dove ha fatto mancare tutti i propri consensi – dichiarandolo apertamente – fino alla quarta votazione per Bertinotti. A Palazzo Madama non avrebbe potuto perché «a noi i senatori ci sono stati sottratti», come dice Bonino. Dalle urne, nonostante 80 mila voti, nessun senatore per la Rosa: i calcoli per l’assegnazione dei seggi sono stati fatti computando i partiti che hanno raggiunto almeno il 3 per cento su base regionale, «mentre quello sbarramento era stato proposto da un emendamento di Nicola Mancino che, come recitano gli atti parlamentari, è stato respinto», osserva Bonino.

 

 

 

 E anche, soprattutto di questo, sono andati a parlare Pannella e Villetti: è infatti la coalizione di centrosinistra che dovrebbe cedere quei seggi alla Rosa. Ma «nessuno scambio tra il ministero e i senatori», avvertono dalla Rnp. «Le questioni di legalità sono pregiudiziali e non negoziabili», insiste Bonino, «Dopo anni che sbraita sull’uso creativo delle leggi da parte di Berlusconi, sarebbe bene che il centrosinistra desse un segno di discontinuità».

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