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Riformare l’università? Fatelo così

In Italia, i detrattori dei tentativi di riforma dell’università spesso sembrano considerare la questione in termini puramente nazionali. Come sempre, legittime proteste contro misure amministrative inappropriate e l’invadenza della burocrazia si mescolano con l’inerzia delle abitudini e con il desiderio di conservare privilegi, siano essi ereditati o acquisiti. Ma, al di là di questo, il dibattito sembra per lo più caratterizzato da una sorta di miopia intellettuale che si focalizza molto puntualmente, nonché davvero penosamente, su problematiche locali, per poi offuscarsi notevolmente una volta giunti al contesto internazionale. Lo abbiamo visto nell’interessante dibattito che si è svolto negli ultimi giorni sulle pagine della Stampa e nel forum online che si è svolto intorno all’intervento del professor Bencivenga dell’Università della California.

Tutto questo è scontato. Quel che invece sorprende in Italia è la mancanza di conoscenza della realtà del sistema universitario americano che spesso viene proposto a modello, con la confusione di obiettivi che ne deriva. Anch’io sono convinto che il sistema accademico degli Usa sia il migliore al mondo; ma, negli Stati Uniti, lo è grazie a una combinazione di quattro fattori, nessuno dei quali può essere riprodotto in Europa su larga scala: primo, la profonda interdipendenza fra istituzioni pubbliche e private; secondo, l’estrema varietà ed eterogeneità in termini di tipologia e di qualità di università e college; terzo, l’ampio spettro dell’entità delle tasse universitarie, che va dai relativamente poco costosi college pubblici delle piccole città alle straordinariamente costose università private; quarto, un programma di studi di cultura generale nei primi due anni di università, precondizione indispensabile affinché gli studenti possano scegliere di dedicarsi successivamente a un campo specifico di studio.

Nessun Paese europeo, neppure la Gran Bretagna, è sulla via di riprodurre tutte e quattro queste condizioni in un futuro prevedibile. Ma estrapolare frammenti del modello americano – nell’implicita supposizione che tutte le università degli Stati Uniti siano buone come Harvard e poco costose come il San Francisco Community College – equivale a ignorare due fatti fondamentali: che ogni sistema educativo si regge insieme coerentemente, in modo tale che ogni suo elemento ha senso come parte di un insieme, e che ogni sistema educativo è espressione di una determinata società e solo nell’ambito di essa può estrinsecarsi pienamente.

Certamente le riforme in atto non coglieranno tutti i loro obiettivi e nel frattempo daranno luogo a molto stress e ad altrettanta insoddisfazione; cionondimeno è necessario sostenerle, se non vogliamo che le università europee si riducano a monasteri medievali e diventino scientificamente irrilevanti e socialmente marginali. Inoltre, sostenere le riforme è l’unica maniera per incidere su di esse e migliorarle. Ma per farlo servono persone dotate di esperienza internazionale e che non abbiano interessi costituiti nel mantenimento dello status quo da cui si trovano a trarre profitto – o almeno, da persone che abbiano una mente aperta e sappiano che a questo mondo la felicità non è né inevitabile né durevole e per di più siano disposte a credere che, persino nell’università, essa non è del tutto irraggiungibile.

NOTE

Scuola Normale Superiore di Pisa

Riformare l’università? Fatelo così
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