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Ripensiamo liberalismo e socialismo

Nel mondo contemporaneo pensare insieme liberalismo e socialismo non costituisce più quell’ircorcevo, quella sintesi impossibile di cui parlava Benedetto Croce. Nella crudezza della lotta novecentesca, egli poteva aver ragione: la sintesi fra uguaglianza e libertà si presentava aspramente contraddetta dal carattere organico e totalitario che la nuova politica di massa mostrava, e dalla difficoltà, che pareva insormontabile, per le istituzioni dello Stato liberale, di trovare un punto di equilibrio fra la propria neutralità e l’irrompere accelerato di masse e gruppi umani che chiedevano una nuova giustizia. Allora, il socialismo si presentava con la richiesta di una “società socialista” che non sembrava disposta a fare i conti con i diritti degli individui, sottoposti alla critica di esser diritti “borghesi” in vista di un ugualitarismo astratto e meccanico, che poteva diventare anche violenza politica, onde la difesa che sempre Croce svolgeva della borghesia come ceto mediano capace di preservare la spiritualità della storia.

Oggi è tutto diverso. Caduto il mito di una società organica, collocato in un lontanissimo futuro – o conservato nelle fantasie di antagonismi estremi e spesso infantili – il tema del superamento del capitalismo in una società comunista, il compito attuale diventa quello di ricercare quell’equilibrio fra libertà e giustizia, che l’avvio della storia delle grandi masse aveva solo intravisto all’interno delle istituzioni liberali, senza rendersi conto che, spesso, senza la difesa di queste si entrava nell’anticamera della violenza politica.

Dunque, nuovo equilibrio fra liberalismo e democrazia, esaltazione dei diritti civili e di cittadinanza che diventano decisivi per dar forma viva e libera all’individuo riscoperto sotto la coltre delle masse, sottraendolo ad aggregazioni corporative e burocratiche le quali tendono a premere sullo Stato, ad occuparne zone vitali fino a corrodere quel principio di libertà che ne dovrebbe costituire il nucleo rovente. Insomma, con gli occhi di oggi, quello che diventa possibile, e forse necessario, è una rinnovata sintesi fra quei termini originari da cui siamo partiti. E dentro di essa, c’è anzitutto un pezzo di storia: l’incontro fra due culture politiche del riformismo italiano, quella socialista e quella liberal-radicale, che mai sono riuscite a diventare, insieme, forza politica (come opportunamente notato da Eugenio Scafari), sale della terra, insomma, ma mai vera forza politica.

E poi, c’è la prospettiva da curare, ciò che avviene al giorno d’oggi. C’è da curare un nuovo senso della libertà, capace di collegarsi ai punti più alti del pensiero liberale europeo, spesso negati da una sinistra largamente inconsapevole di essi, quel pensiero che solo può far nascere l’Europa; e c’è da riconquistare una laicità che non deve farsi valere solo in vista di una lettura della questione cattolica in Italia nella preoccupante attuale debolezza dei cattolici-liberali, ma pure verso quel post-comunismo che non riesce a uscire dai confini della propria storia, ancora intrisa di vecchi stereotipi, di antichi equilibrismi, che ne bloccano le potenziali energie.

Ecco, dunque, un compito da darsi, che sarà tanto più ricco quanto più consapevole di questa storia lunga che sta alle spalle dell’oggi, in un momento assai teso della storia d’Italia e del mondo, quando il richiamo alle idee non è vezzo intellettualistico ma nucleo di consapevolezza dell’azione. Alle fine, mi sono accorto di avere scritto un pezzo dedicato alla Rosa nel Pugno.

Ripensiamo liberalismo e socialismo
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