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Roma, il voto e un giornale.

  Roma non si abita, si possiede. Dal Colosseo al baretto sotto casa ogni luogo è un prolungamento del nostro tinello. Villa Sciarra è una dependance del giardino di casa e il cimitero degli inglesi un luogo incantato che ci appartiene. I tassisti convivono con buche e sampietrini malfermi, ma lanciano sguardi languidi al Colosseo e lo presentano allo straniero di turno come fosse un parente stretto.

Serena Dandini, sul Messaggero di ieri, raccontava il “suo” angolo, ma ha spiegato a tutti, come meglio non si potrebbe, che cosa è Roma. Chi vive nella Capitale ha il suo “angoletto”. Ogni quartiere è una città. Se passi dall’uno all’altro vedi gente di ogni tipo, incontri i romani di oggi e i romani del futuro. Ma tutti, proprio tutti, anche lo straniero in gita per un solo giorno e il deputato di Asti o Messina alla sua prima legislatura, se si guardano un po’ intorno, sapranno riconoscere un pezzetto di casa.

Questo è il miracolo di Roma. Qualcosa di molto speciale, una lunga storia che vive e si rinnova ogni giorno, contro la quale puoi imprecare per mille sacrosanti motivi, ma che non riesci a non sentire amica. Questa è la molla che spiega la magia e la delicatezza del giornale di Roma: un’idea impegnativa della vita e del mondo alla voce Italia, quel cordone ombelicale che lega Il Messaggero ai suoi lettori e fa in modo che tutti lo sentano come un amico di famiglia. Un giornale che denuncia senza infangare, racconta i fatti, scava e prende posizione sui contenuti, ma sa ascoltare e rispettare i suoi lettori. I loro sentimenti, le loro idee, la loro autonomia di giudizio; quella sfera privata, quasi intima, che cambia di casa in casa e merita attenzione.
Al voto manca meno di un mese. Può essere poco per informare e documentare, aiutare i lettori a scegliere con la loro testa. Ma può anche essere tantissimo per moltiplicare veleni, incendiare gli animi, infilare tutto nel ventilatore di una bolla mediatica fatta di slogan, teatrini televisivi e arruolamenti alla causa. Ovviamente su un fronte come sull’altro, a destra come a sinistra. Una classe politica che si rispetti ed aspiri a governare un Paese deve sapersi sottrarre all’ansia da prestazione mediatica, di cui riferisce Mario Ajello in questa stessa pagina, e rinunciare all’arma elettorale della polemica televisiva a ogni costo per investire davvero sulle ragioni (se ci sono) del merito, dell’equilibrio, e in genere dei contenuti della coalizione di appartenenza. Viceversa gli elettori, sia chiaro, non capirebbero.

Nelle sue conversazioni con Franz Kafka, il giovane Gustav Janouch annota le confidenze del grande scrittore praghese: «Il giornale presenta gli avvenimenti del mondo pietra su pietra, mucchietto di sporcizia su mucchietto di sporcizia. E’ un mucchio di sabbia e di terra. Che senso ha? Considerare la storia come un ammasso di avvenimenti non significa niente. Tutto dipende dal senso degli avvenimenti». Ecco, un giornale come Il Messaggero prende l’impegno con i suoi lettori, da qui al nove aprile, di raccontare non solo gli avvenimenti ma anche il loro senso. I mille sensi dei mille contenuti di cui ci occuperemo. Per aiutare il lettore a formarsi una sua idea e ad esprimerla nel voto. Questo tocca a un giornale che vuole essere amico dei suoi lettori. E ha deciso di rispettare la propria anima e la più intima (e privata) delle scelte “pubbliche” di un cittadino.

Roma, il voto e un giornale.
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