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ROMA-PALERMO, LO STESSO RISCATTO. INTERVISTA A RITA BORSELLINO

La Chiesa smetta di “nascondersi” dietro una presunta neutralità elettorale e sappia schierarsi a fianco di “un’etica generale della politica”, perché è tempo di “ristabilire la democrazia in tutto il Paese”. A chiederlo è Rita Borsellino – sorella del magistrato Paolo Borsellino ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992, per anni vicepresidente di Libera (l’associazione contro le mafie fondata da don Ciotti) e ora candidata dell’Unione a presidente della Regione Sicilia. Nell’intervista rilasciata ad Adista infatti, la candidata presidente spiega come “Sicilia e Italia, a distanza di pochi giorni, hanno la possibilità di riscattarsi insieme”, attraverso un voto, nazionale e regionale, destinato ad esprimere, o meno, una comune volontà di liberazione: dal “berlusconismo” e dal “cuffarismo”, legati a filo doppio da “una politica in cui l’etica purtroppo è messa molto in secondo piano”. Il suo avversario è appunto il presidente uscente della Regione, Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento alla mafia e difeso a spada tratta dai vertici nazionali del suo partito, quella Udc che in Sicilia smette i panni del ‘berlusconismo dal volto umano’ e vanta un nutrito gruppo di indagati per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa tra i suoi cattolici esponenti e tra i suoi altrettanto cattolici consiglieri regionali.
“Se io sarò eletta – chiarisce Rita Borsellino – vorrà dire che la maggior parte della Sicilia si vuole liberare del controllo mafioso”, vorrà dire che i cittadini italiani di Sicilia bocceranno quella destra che in Parlamento ha provveduto solo “a tutta una serie di leggi che danno chiaramente privilegi a chi ha il potere” e che, contro il Meridione, “ha votato perfino la devolution”.
Si tratta dunque di ristabilire “un principio morale” di legalità, da porre a salvaguardia della cittadinanza democratica, un principio morale che renda impensabile, per esempio, un “presidente del Consiglio che dice che non pagare le tasse è una cosa che si può fare”, o “una pratica di governo per cui sembra che le tangenti si possono pagare”: fatti realmente accaduti, e che avrebbero richiesto da parte della Chiesa “una condanna molto chiara”. Quella condanna, d’altronde, che non c’è stata nel momento in cui invece ci doveva essere: “in Sicilia per anni la Chiesa non ha fatto nulla, nel senso che non ha neanche riconosciuto l’esistenza della mafia”, e anche nel resto dell’Italia, quando avrebbe dovuto dire che “la mafia è peccato”, o che un fenomeno come “tangentopoli è stato peccato”, denunciando quella corruzione politica, quella “immoralità che poi coincide spesso” con “interessi mafiosi”, “questa indicazione netta, chiara non c’è stata”. Di seguito la nostra intervista a Rita Borsellino. (maria rita rendeù)

D: Rita Borsellino, la tua candidatura a presidente della Regione Sicilia rappresenta il senso di una sfida politica nazionale. Nel 2001, infatti, il centro-destra suggellò in Sicilia, con 61 collegi vinti su 61, quelle singolari affinità elettive tra ville brianzole e cupole mediterranee che avrebbero poi marchiato la XIV legislatura al di qua e al di là dello Stretto. Da questa Sicilia è ripartita la sfida elettorale dell’Unione ma, al di là della più che auspicabile sua vittoria, rimane diffusa una certa sfiducia sul fatto che i guasti culturali e morali di certe prassi politiche, come quelle simbiotiche del berlusconismo e di certa Udc siciliana, possano essere riparati a breve. E allora, Italia “irredimibile” come la Sicilia, o Sicilia capace di riscatto e simbolo di una possibilità di riscatto anche per l’Italia?
R: Io credo che la Sicilia non sia affatto irredimibile e credo che lo abbia anche dimostrato in diverse occasioni. Non mi riferisco soltanto a tempi recenti, ma parto da molto lontano, pensiamo per esempio alle lotte contadine.
Il problema è che troppe volte, quando la Sicilia ha mostrato la sua capacità, non solo la sua voglia, ma innanzitutto la sua capacità di reagire, di redimersi appunto, è stata lasciata sola. Ecco perché è importante legare insieme Sicilia e Italia, soprattutto ora: la Sicilia sta rialzando la testa da situazioni difficili e com-plesse, mi riferisco agli intrecci tra certa Udc, cuffarismo, berlusconismo e tutto l’ambiente che ruota loro intorno, intrecci di una politica in cui l’etica purtroppo è messa molto in secondo piano. Attenzione, qui non si tratta soltanto di un problema di schieramento politico. Il problema è più a monte, il problema è che qui spesso di politica c’è ben poco: la gestione concreta della ‘politica’ si è troppo ispirata a cose che con la politica non avrebbero dovuto avere a che fare. Ripeto, è importante legare Sicilia e Italia in un nuovo patto, in una nuova stagione politica. L’importanza di questo test elettorale, sia nazionale che regionale, è proprio che Sicilia e Italia, a distanza di pochi giorni, hanno la possibilità di riscattarsi insieme.
Questa volta la Sicilia, con la voglia di reagire e di redimersi che sta mostrando, può farcela. Già basterebbe come segnale quello della partecipazione alle primarie sia per le elezioni politiche che per le elezioni regionali: a livello nazionale, in particolare, la Sicilia è stata la terza Regione per numero di partecipanti dopo Emilia Romagna e Toscana.
Un segnale importantissimo, questo della voglia di partecipazione, e che fra l’altro è quello che mi ha spinto a prendere la decisione personale di mettermi in gioco in questa congiuntura straordinaria, dove forte è la voglia di redimersi sia a livello nazionale che a livello locale. Tutto ciò ci fa sperare che la reazione della Sicilia possa essere sostenuta, affiancata, sospinta, incoraggiata da quello che avverrà a livello nazionale: un’occasione unica, che spero non verrà sprecata come in tutti gli altri casi, quando invece la Sicilia è rimasta sola.

D: Ma tra i poteri di mafia e la voglia di partecipazione chi vince? La domanda potrebbe sembrare troppo schematica, ma ci tornano in mente parole come queste: la mafia “mette addirittura in forse l’esercizio della democrazia”. Sono parole di Paolo Borsellino… sì, perché contrariamente ad altri noi non abbiamo problemi a citare il tuo cognome, a ricordare il significato del tuo cognome…
R: Oh, meno male… anche se il problema non è per gli altri, il problema è che lo cito io il mio cognome e qualcuno non vuole!

D: Ecco, appunto, come se essere segnati a vita per mafia fosse un incidente di percorso, sia per le persone che per la politica. Essendo invece che la mafia è un’ipoteca invalidante l’esercizio e la compiutezza della democrazia, al punto che lo Stato italiano democratico è a sovranità limitata, ti chiediamo: come farai a governare in presenza di mafia? Ovvero: come farai a superare il voto di scambio e vincere così questa sfida elettorale? E se vincerai, quale sarà il tuo stile di governo per tentare di contrastare l’ostacolo all’esercizio della democrazia che comunque la mafia costituirà?
R: Certo, l’anomalia è proprio il fatto che ci siano dei territori interi della nazione italiana che ancora oggi sono sotto controllo mafioso, questo significa una democrazia limitata, una democrazia amputata. Questo è un dato di fatto. Dobbiamo partire proprio dall’idea che bisogna ristabilire la democrazia in tutto il Paese. Ricordo che quando siamo entrati in Europa c’erano degli osservatori attenti che dicevano: ma come farà l’Italia ad assumere davvero una statura europea se parti del suo territorio sono controllate al Sud dalla camorra, dalla ‘ndran-gheta, da Cosa nostra?
Ora, tornando alla mia candidatura, i mafiosi sanno perfettamente che cosa significa. Sanno che questa candidatura è anche in contrapposizione a loro, nel senso che io cercherò di contrastare questa loro sovranità recuperando allo Stato democratico il territorio. Certo, non io da sola, ma forte del consenso di chi mi vota.
Se io sarà eletta, vorrà dire ch
e la maggior parte della Sicilia si vuole liberare del controllo mafioso, vorrà dire che la maggior parte dei siciliani avranno scelto di riprendersi il proprio territorio e che mi chiederanno di rappresentarli in questo percorso. Questo è un fatto: lo sa la mafia, lo sa chi mi vota, lo sa il resto d’Italia, lo sa il Governo italiano.
Veniamo al come si farà a governare: scegliendo persone che questo percorso incarnino, che questo percorso interpretino.
Chi è stato eletto in altre tornate elettorali, decisamente, ha interpretato un altro certo tipo di voto, ha interpretato un altro certo tipo di mandato, se è vero come è vero che i 61 deputati che sono andati al Parlamento italiano a rappresentare la Sicilia non solo non hanno fatto niente per la Sicilia, ma hanno votato perfino la devolution, e che il presidente uscente, Cuffaro, ha accettato questa scelta tant’è vero che, addirittura, non si è schierato per il referendum, segno che ha accettato questa scelta dei parlamentari siciliani, anche contro la Sicilia.
Allora, quelle persone hanno fatto queste scelte. Le persone che lavoreranno con me faranno scelte diverse, dovendo interpretare un voto che dice: noi a maggioranza ci vogliamo riprendere la nostra terra, ci vogliamo riprendere la nostra dignità e vogliamo fare un percorso diverso da quello che fino adesso è stato fatto. Ciò significherà avere già superato il voto di scambio, almeno a maggioranza, e la mafia con questo dovrà fare i conti, la mafia con questo si dovrà rapportare (certo, non sarà molto contenta, ne sono perfettamente consapevole). Dobbiamo raggiungere qualcosa che non si può più procrastinare, soprattutto ora che i siciliani hanno mostrato di essere maturi per questo percorso. Basti pensare a quello che sta accadendo in questo momento, durante la campagna elettorale: la voglia di democrazia partecipata, di programma costruito dal basso, di percorsi diversi a cui stanno partecipando anche persone che ormai si erano allontanate da qualsiasi impegno o che addirittura non votavano più da tanto tempo. Segni di una voglia di cambiamento che mi sembra molto chiara. Tutto sta a vedere cosa vincerà, se vincerà questa voglia di cambiamento, questa presa di coscienza, questa voglia di legalità, oppure se avrà la meglio il voto di scambio, un voto che esprime voglia di continuare nelle politiche di clientele, nelle politiche di servitù.
Politiche di servitù come quelle che hanno contrassegnato l’ultima finanziaria della Sicilia, con finanziamenti a pioggia, condoni, ecc. Oppure come quelle che si stanno svolgendo adesso, con assunzioni, stabilizzazioni, promesse, che due giorni prima delle elezioni, chissà perché, raggiungono i tanti precari che in questi cinque anni sono stati lasciati a marcire nel bisogno e nella precarietà.

D: La scelta di una Sicilia diversa: sembrava un sogno, ma in questa stagione per molti sta diventando una speranza per cui lottare concretamente. Dal sogno alla speranza: puoi indicare un cammino concreto, anche a livello simbolico, un’idea precisa che dia il senso di una speranza reale, capace di trasformare l’umiliazione della servitù in una nuova democrazia dei diritti?
R: Intanto è importante che siamo passati alla speranza, ovvero la speranza che il sogno di realizzi, quindi dobbiamo fare di tutto per realizzarlo, altrimenti diventa un incubo. Il primo passo lo stiamo facendo con i cantieri per il programma, dove ognuno ha la possibilità di mettere a frutto la propria capacità, la propria professionalità, ma anche la propria storia politica perché anche i partiti stanno entrando in questo cammino a servizio della nostra terra. È da questo lavoro comune che viene fuori il programma per la Sicilia, che non sarà come nel passato calato sulla testa delle persone.
Ma in questo programma non diremo soltanto che cosa non va, come vogliamo trasformarlo, ma anche quali saranno i mezzi che intenderemo usare. I cantieri, poi, nel nostro progetto resteranno sul territorio e si trasformeranno in laboratori municipali, diventando un luogo della partecipazione, in cui i cittadini avranno la possibilità di continuare a incontrarsi, informarsi, partecipare e controllare quello che accade.
La democrazia partecipata è una attuazione della democrazia, essenzialmente, e ciò è già una grande conquista, e che viene avvertita così, tant’è vero che c’è una grande partecipazione, un grande entusiasmo, una grande attenzione a quello che sta accadendo. Ora per esempio sto andando a Caltanissetta, dove c’è uno dei cantieri più importanti, quello sulla sanità. La sanità riguarda in modo speciale la persona, nel momento della sua maggiore fragilità, il momento del bisogno, il momento del dolore, e noi vogliamo sottolineare che al centro del nostro programma ci sarà la persona. Da questo cantiere emergeranno indicazioni preziose per la salute, quindi per la parte più importante della vita di una persona (i proverbi insegnano: “quando c’è la salute c’è tutto!”), anche sotto l’aspetto finanziario, economico e quindi dello sviluppo della nostra terra. La sanità, infatti, assorbe più della metà del bilancio regionale, eppure la sanità è oggi in condizioni terribili, e intorno ad essa dilaga l’illegalità.
Ma forse non basta più appellarsi alla legalità, in tempi come questi in cui girano certe ‘leggi’…Occorrerebbe tornare a parlare del principio morale che deve reggere la legalità.

D: Certo, il senso della legalità è quello della “legge uguale per tutti”, come metafora della convivenza umana in parità di dignità e diritti. Ma dove trovare la formazione al principio morale, alla cultura democratica della legalità? Adista è una testata che approda dentro le insenature di tanti credo. Cosa vorresti chiedere alle varie agenzie educative, e in particolare cosa chiedi alla Chiesa cattolica, perché sia possibile ancora coltivare un senso dello Stato democratico, con lungimiranza, non solo nelle emergenze, perché venga coltivato il senso della giustizia che sembra andare perduto?
R: Chiedo alla Chiesa cattolica quello che d’altro canto avrei voluto da cristiana, da cattolica, che la Chiesa avesse fatto anche negli anni passati: una condanna molto chiara di quello che è stato ed è la mafia per esempio per la Sicilia o di quello che è l’immoralità, la mancanza del rispetto delle regole per il resto dell’Italia, immoralità che poi coincide spesso con atteggiamenti mafiosi o con interessi mafiosi. In Sicilia per anni la Chiesa non ha fatto nulla, nel senso che non ha neanche riconosciuto l’esistenza della mafia. Io ricordo le parole del cardinale Ruffini quando diceva: “la mafia non esiste”. Non credo che il cardinale Ruffini fosse colluso o complice, ma credo che non abbia avuto la lungimiranza, proprio nel suo rappresentare la Chiesa, di indicare questo male come male fondamentale che poi ispira e racchiude anche tutti gli altri. Perché in una situazione in cui la mentalità mafiosa si forma, si radica, il rispetto delle regole non esiste, perché la mafia è la negazione delle regole, figuriamoci poi del rispetto per le persone. Ma se la mafia è la negazione delle regole, se si stabilisce una mentalità mafiosa significa che è mancata l’educazione, significa che è mancata l’individuazione e la stigmatizzazione di quello che era il problema vero da affrontare. Questo è stato e non ci sono dubbi. Faccio un esempio più ampio: in Italia, quando è scoppiata Tangentopoli, la Chiesa non si è schierata in maniera chiara e netta, dicendo che quello, diciamolo in termini ecclesiastici, era peccato.
La mafia è peccato, Tangentopoli è stato peccato, e invece questa indicazione netta, chiara non c’è stata, lasciando senza guida troppe persone, che spesso poi si sono ispirate, invece, a quelle che sono state, diciamo così, le indicazioni ‘laiche’ che arrivavano dai governi, che arrivavano da una certa politica, e arrivavano anche da un certo, come dire, lassismo diffuso, il lassismo del “va beh, fanno tutti così”.
E in questi ultimi cinque anni tutto ciò si è aggravato en
orme-mente, perché se addirittura è il presidente del Consiglio che dice che non pagare le tasse è una cosa che si può fare, se c’è una pratica di governo per cui sembra che le tangenti si possono pagare – tanto è vero che si fa l’ultimo condono in cui tu pratica-mente pagando il 20%, l’80% della tangente però te la tieni – se addirittura ci sono tutta una serie di leggi che danno chiaramente privilegi a chi ha il potere, tutto questo fa diventare criterio di ispirazione per le scelte il potere, il denaro e l’emergere nella società a partire da altri valori rispetto a quelli morali. Quindi sicuramente la Chiesa, sempre per parlare il linguaggio ecclesiastico, ha peccato di omissione in troppi casi.
Allora adesso farebbe bene veramente a dare delle indicazioni chiare, senza nascondersi dietro la necessità di non schierarsi politicamente (uno schierarsi che comunque è avvenuto, non dimentichiamo tutta la storia della Democrazia Cristiana). Qui non si tratta di schierarsi politicamente, oggi si tratta di scelte etiche. Si tratta di recuperare un’etica generale della politica. Poi, per carità, se riescono a dimostrarmi che si trova anche dall’altra parte, questa etica, io sono ben contenta di scoprire che non è tutto così perso come sembra, ma la Chiesa indichi, educhi la gente a distinguere chiaramente l’etica dalla mancanza di etica.

D: Sicuramente un’agenzia formativa in tal senso è costituita da Libera. La passione civile, e quindi politica, che hai vissuto con Libera, in cosa costituirà la cifra del tuo essere presidente della Regione Sicilia? Da presidente della Regione potrai individuare strategie per dare impulso a tutta la lotta di Libera per la restituzione del maltolto ai cittadini attraverso l’utilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi?
R: Libera è stata la mia formazione. Mi sono formata a questo modo partecipato di lavorare e ora anche di far politica proprio grazie a Libera, con le scelte che abbiamo fatto, con i metodi che abbiamo adottato. Se oggi scelgo di fare un programma partecipato è perché la mia abitudine è quella di lavorare insieme, dove ognuno mette il meglio di sé, delle sue conoscenze, delle sue capacità, delle sue esperienze, al servizio di un percorso comune. Riguardo ai beni confiscati ai mafiosi, abbiamo già individuato la possibilità di una prima legge, forse proprio la prima che approveremo, che, sul modello di quella già approvata dalla Regione Campania, preveda un fondo di rotazione, di sostegno per chi si impegna ad assumersi il carico di un bene confiscato alla mafia. Un fondo di rotazione è un mezzo per accedere praticamente a un credito (per le ristrutturazioni, per le sementi, per i lavori di bonifica ecc.) che invece le banche non darebbero, perché le realtà che gestiscono un bene confiscato non possono dare nulla in garanzia, in quanto non sono proprietarie del bene. Le cooperative che lavorano i terreni confiscati alla mafia sono bersagliate, non a caso in particolare in questo momento, da attentati e da minacce, perché la mafia capisce bene che cosa significa il cambiamento, e allora cerca di intimorire chi questa scelta di cambiamento ha fatto per dire agli altri: “guardate cosa gli succede, è meglio che lasciate perdere”. Occorre che lo Stato, che la Regione, in questo caso, si faccia carico di tutto questo e non gli dica “adesso arrangiati”.

D: Sempre rimanendo dentro l’alveo tracciato da Libera, vorremmo concludere richiamandoci alla Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie, organizzata appunto dall’organismo guidato da don Ciotti per il 21 marzo a Torino. La memoria è fondamentale per dare radici alla speranza, al futuro. La memoria delle vittime di mafia come seme di fertilità di vita, come speranza di una democrazia segnata dal senso della giustizia?
R: Credo infatti sia importante ricordare che questa Giornata si chiama della memoria e dell’impegno. Anzi, don Luigi negli ultimi anni ha precisato che forse bisognerebbe chiamarla Giornata dell’impegno e della memoria. Dell’impegno: perché in questo elenco di persone c’è la vita, oltre che la morte. Perché ci sono non solo i magistrati, i poliziotti, i giornalisti, i medici, i professionisti, ma c’è anche la gente comune: c’è l’immagine di una vita vera, di una società in cui ognuno ha svolto la sua parte e a un certo punto si è trovato a cozzare con gli interessi di una altra società che ha messo invece l’interesse e il profitto al centro di tutto, tanto da difenderlo addirittura con la violenza. E l’impegno di oggi deve essere un impegno a tutto campo, in difesa dell’etica di una vita normale. Sottolineo, normale. Perché i magistrati non erano eroi, perché i poliziotti non erano eroi, non lo era il bambino che giocava all’angolo della strada, non lo era il giornalista che faceva cronaca cercando la verità. Quell’elenco di persone è l’elenco di persone che rappresentano la società sana, persone che quando non sono sostenute abbastanza dalle istituzioni – perché di questo si tratta – trovandosi isolate soccombono. Allora a noi spetta il compito di essere una società sana che espella la scelta della violenza e dell’utilitarismo, anche nelle concezioni che vedono le persone ridotte a consumatori, a clienti, a strumento di profitto. Ma questo deve essere rappresentato da istituzioni che siano garanti di questo percorso. Perché nessuno più si trovi ad essere eroe soltanto perché sta facendo la sua parte, in maniera corretta.

D: Questo trovare risposte di vita nella testimonianza di chi è stato ucciso solo perché, appunto, difendeva la dignità della cittadinanza umana richiama alla mente il senso dell’andare di tanti a vivere a livello personale questa memoria…
R: Sì, sai quante persone all’indomani degli attentati del ‘92 sono venute a Palermo proprio per questo! Persone che sentirono questo bisogno, il bisogno di testimoniare la vita. La mia nipotina il 19 di luglio, quando vede le manifestazioni che facciamo, con i bambini, con le persone, mi dice: questa è la festa dello zio Paolo. Ha ragione. Ha 7 anni la mia nipotina. Paolo è stato ucciso 14 anni fa. (m.r.r.)

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