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Se la Rosa nel pugno è liberale

  “Lo Stato liberale non è Stato etico dunque non può essere bioetico”. Con questo slogan di nuovo conio, Valerio Zanone ha chiuso sabato scorso la convention dei liberali della Margherita: una folatina, giusto per increspare le acque ferme del centrosinistra, prima che arrivasse il maestrale del Corriere della sera, martedì, con quattro pagine dedicate a Luca Coscioni e alla Rosa nel pugno: pagine che hanno avuto l’aria di ricordare un paio di cosine all’Ulivo. Primo, che deve fare la campagna elettorale e non l’epistemologia di Berlusconi; secondo, che non può smarrire la sua anima laica senza perdere la ragion d’essere della coalizione stessa (valori, obbiettivi, regole, comportamenti). Tutte cose che i grandi giornali probabilmente non riescono a vedere nello “stupore” di Fassino per l’abbandono di Turci: al quale, dice il segretario, avevamo promesso un posto di sottosegretario nel futuro governo. Come se, dopo la lacerazione storica del referendum, il problema italiano sia l’assetto dei sottopancia e non la riconquista dell’autonomia dello Stato e una coerente cultura di governo. Il giorno prima, sul Riformista, il politologo Biagio De Giovanni,anche lui approdato dai Ds alla Rosa nel pugno, aveva spiegato che quella scelta vuol testimoniare «per l’affermazione di una sinistra moderna, laica-radicale-socialista-liberale, che porti aria, idee, passioni nuove in un quadro nel quale sembrano prevalere anche a sinistra atteggiamenti conservatori, se non addirittura regressivi, su molti temi». Ecco perché non pochi liberali dellUlivo hanno condiviso il giudizio del Corriere (da noi riportato ieri) che la Rosa nel pugno possa conseguire quel che non hanno conseguito i liberali militanti nel centrosinistra: e cioè che «il nucleo del nascituro Patto democratico contenga un sé un frammento di anima liberale di cui sinora è drammaticamente privo».

 

 

 

 Senza il successo dell’operazione Rosa nel pugno — sembrano temere non pochi liberali, pur impegnati per il successo elettorale dell’Ulivo — il liberalismo rischierebbe nel centrosinistra la stessa fine che la destra “liberale” ha fatto nella Casa delle libertà: e cioè la totale perdita di ruolo, nel referendum come nelle leggi ad personam, nella riforma scolastica come nella guerra di religione tra Calderoli e Maometto, nella politica parlamentare come nel dibattito accademico. A riguardo, l’ultimo fascicolo di Critica liberale (volume XII, n.120) pubblica una replica di Raffaello Morelli, presidente della Federazione dei liberali, alle posizioni espresse in un dibattito alla Luiss dal professor Gaetano Quagliariello, liberale di rito periano, e dal professor Giovanni Orsina, liberale di rito berlusconesco, secondo i quali «tutte le sinistre, anche quelle liberali, finiscono per essere funzionali al disegno comunista». Di rimando, l’autore dell’articolo apostrofa i due accademici chiedendo in quale aula universitaria si potrà sentir parlare di «liberalismo qual è, e non quale vorrebbero che fosse i conservatori, che sono gli avversari più antichi e ricorrenti del liberalismo». Ecco, il rischio che i conservatori si ritrovino non solo a destra, dov’è naturale che stiano, ma anche a sinistra, come sembrano temere De Giovanni e Turci, è per i liberali dell’Ulivo ovvio motivo di preoccupazione. Ma dovrebbe esserlo anche per tutto il resto della sinistra, che invece si comporta come il malato grave che non sa di portarsi dentro la malattia.

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