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Sinistra poco laica

Nel momento in cui la senatrice Paola Binetti, il 6 dicembre scorso, dopo aver  invocato lo Spirito Santo,  vota contro il governo so­stenuto dal suo partito, si consuma lo strappo. Lei afferma che la sua coscienza le impedisce di voler punire la violenza in­dotta da omofobia. E squaderna il con­flitto che sia Romano Prodi sia Walter Veltroni hanno accuratamente evitato nascondendolo sotto l’oscura etichetta di “temi eticamente sensibili”, e affidando­lo, in buona sostanza, alla coscienza dei singoli. Così, all’indomani del voto della Binetti sulla discriminazione degli omo­sessuali, nella settimana in cui il comune governato da Veltroni deve decidere sulle unioni civili, i temi eticamente sensibili acquistano concretezza, e si rivelano per quello che sono: carne viva del popolo del Pd. Che, a questo punto, si chiede, che razza di partito sta nascendo. E quali compromessi debba trovare con la Con­ferenza Episcopale per conquistare il di­ritto di esistere. Noi lo abbiamo chiesto a Eugenio Scalfari.
 
Il Pd nasce evitando accuratamente i temi co­siddetti etici. Vettroni ha parlato di tutto tran­ne che di unioni civili, di testamento biologi­co, di fecondazione assistita. Le pare un buon inizio? O solo un inizio inevitabile?
«È un inizio inevitabile. In quel partito convivono vari nuclei di pensiero tra i quali c’è quello dei cattolici, degli ex popolari, che non vogliono essere stranieri in patria. E vogliono che i propri valori si affermino, insieme a quelli degli altri. Quindi occorre trovare una sintesi. Non solo: questo Pd, a vocazione maggiorita­ria come ripete il suo leader, vorrebbe espandersi sia verso la propria sinistra sia verso il centro. Ma al centro si imbatte in­nanzitutto in una formazione moderata cattolica, l’Udc. Pertanto, se si presenta con un volto accesamente laicista, avrà sicuramente molta difficoltà a espandersi verso destra. E verso sinistra, non è su questi temi che trova consensi».
 
Perché?
«Perché la sinistra radicale non ha una propensione spiccata verso il laicismo. Non è quello il suo terreno: preferisce il terreno sociale. Quindi io penso che LI Pd coltivi chiaramente in sé lo spirito di lai­cità forre. Ma, specie nel muovere i suoi primi passi, lo risolve sul piano definito dal documento che rappresenta la base del Partito democratico su questi temi: quello che fu firmato dai 40 deputati del­la Margherita guidati da Enrico Letta e Rosy Bindi. In quel testo i 40 dicono che loro, in quanto cattolici, sono molto ri­spettosi del magistero della Chiesa. Ma aggiungono che non è bene che questo magistero morale entri nella politica, o addirittura nelle normative della politica. Perché a quel punto si pone un confine: l’autonomia dei cattolici entrati in politi­ca e, in particolare, l’autonomia dei par­lamentari eletti. Questa è la linea di demarcazione».
 
Il problema che sembra insormontabile è pro­prio quello di definire un crinale certo tra le competenze della Chiesa e quelle dello Stato. La Chiesa non può non avere diritto di parola su quelli che sono, da sempre, gli ambiti del suo magistero (la famiglia, la vita, la morte). Non può, insomma, rinunciare al suo manda­to di formare le coscienze. Quando questo di­ritto diventa intromissione inaccettabile?
«Faccio un esempio preso dall’attualità, che mi serve per definire concretamente il limite. Si dice che il segretario della Conferenza Episcopale, monsignor Giu­seppe Betori, abbia telefonato a Paola Bi­netti raccomandandole di votare come poi ha votato. Alcuni però dicono che il monsignore ha telefonato dopo il voto per congratularsi della scelta. Domenica scorsa, scrivendo su “la Repubblica”, ho chiesto alla senatrice di dire chiaramente com’è andata, ovvero se questa telefona­ta è avvenuta e, eventualmente, quando è avvenuta. La senatrice Binetti è liberissima di non rispondere a me, ma dovreb­be certamente rispondere se a farle la do­manda fosse il suo segretario. O se fosse un’interrogazione presentata al Senato. E questa è una questione centrale se par­liamo del confine: è necessario che si sap­pia come è andata e può dircelo solo lei. Allora, se la senatrice dichiarasse che monsignor Betori le ha telefonato prima del voto: questo sarebbe stato un tentati­vo di condizionare il voto di un parla­mentare dichiaratamente cattolico. E quindi sarebbe una lesione macroscopi­ca delle norme concordatarie che do­vrebbe indurre, se accertata, un governo serio a inviare alla Santa Sede, tramite il suo ambasciatore in Italia, una nota di­plomatica del ministero degli Esteri. E il leader del Partito democratico dovrebbe sollecitare il governo a imboccare la stra­da di questa procedura».
 
Tuttavia la Chiesa non può essere ridotta al­le opinioni di alcuni grandi prelati. Insomma, sembra legittimo il dubbio che Bertone o persino Angelo Bagnasco non rappresentino la Chiesa nel suo complesso. Lei ritiene che l’interlocutore del Pd sia la Chiesa di Roma o la Chiesa dei credenti?
«Il Pd non ha interlocutori nella gerarchia ecclesiastica. Che può essere interlocutore ufficiale del governo, della presidenza della Repubblica. Delle istituzioni, in­somma».
 
Quindi quando il Pd dice che deve guardare al mondo cattolico, a chi si riferisce: alle gerar­chie o alle coscienze?
«Chiaramente alle coscienze. Le gerarchie sono delle istituzioni, le quali collo­quiano con la loro gente e con le istituzio­ni civili del paese di cui fanno parte. Per­ché, non dimentichiamolo, i vescovi sono cittadini italiani, con tutti i diritti e i do­veri dei cittadini italiani».
 
Sembra, però, che Veltroni e il Pd abbiano molto a cuore il dialogo con monsignor Bagnasco…
«Veltroni può incontrare chi vuole, ed è bene che incontri Bagnasco. Il problema nasce non nel dialogo con le istituzioni ec-clesiastiche, ma quando esse dicono cose che violano i patti. Se la Conferenza Epi­scopale insiste su una linea che viola la so­stanza, e talvolta addirittura la lettera, del Concordato, allora le istituzioni italiane devono opporre resistenza ».
 
Giuliano Amato, nel commentare su “L’espres­so” come il Pd deve affrontare i nervi scoper­ti del rapporto con la Chiesa, ha detto che do­vrà essere «la classica formazione collettiva di un’area di consenso comune», come fosse una trasformazione «di elementi chimici di­versi», la tradizione cattolica e laica. Il che non mi pare diverso da quanto lei scriveva su “la Repubblica” nel riferirsi ai valori della senatrice Binetti che sono «giustamente conta­minanti» e che devono venir «contaminati» dai valori della laicità. Ora, oggi pare che l’ala teodem del Pd non abbia molta voglia di farsi contaminare. Che ne pensa?
«Non la metterei così. Alfredo Reichlin, che è il presidente della Commissione incaricata di stendere il Manifesto dei valo­ri del Pd e di cui Paola Binetti fa parte, mi ha raccontato che nell’ultima seduta del­la commissione, avvenuta dopo il voto del 6 dicembre, c’è stato uno scambio di battute vivace che però si è concluso con un abbraccio».
 
Come hanno trovato la sintesi sui gay i saggi della Commissione?
«Cominciamo a dire che la non discrimi­nazione nei confronti degli omosessuali, come di chiunque altro, è sancita da un principio della Costituzione. E a dire che essa è, peraltro, un principio cristiano, parte del patrimonio della predicazione evangelica: ama il prossimo tuo come te stesso. La senatrice Binetti in commissio­ne ha detto che, ovviamente, lei non discrimina nessuno, e neppure gli omoses­suali. Ma che ritiene gli omosessuali sia­no devianti rispetto alla Natura, e che si riserva il diritto di dire che, in quanto ta­li, non possono accedere a certe istituzio­ni, fatte per l’uo
mo e la donna insieme, come il matrimonio o l’adozione. Allora il problema nasce davanti a una legge in cui il diritto sancito dalla Costituzione è detto molto male, tanto male che un giu­dice, nell’interpretarla, potrebbe con­dannare un religioso o un laico che so­stenga la devianza degli omosessuali e neghi loro matrimonio e adozione. Quin­di, secondo la senatrice Binetti questa legge non va bene, e lei non la vota. E que­sto è un suo diritto. Ma è anche un pun­to di vista che il Pd deve considerare per­ché questo articolo è malscritto, e così co­me è configura un reato d’opinione. Noi democratici, possiamo accettare un arti­colo che configura un reato d’opinione? Certamente no».
 
Come le pare questo paese senza morale che, però, si esalta a parlare di etica? E, conseguentemente, cosa pensa di questa epidemia di de­vozioni? Oggi sono davvero in molti a sentire il “fascino della fede”. Le pare genuino?
«La maggior parte degli italiani è creden­te. 1 non credenti sono una minoranza in­fima. I credenti veri sono un’altra mino­ranza. I credenti fai da te sono una mag­gioranza larghissima. Questa è la situazio­ne del paese, quindi anche la situazione del Pd. I credenti fai da te sono dei laici, non dei laicisti, vagamente credenti. E certa­mente non sono molto interessati a chie­dersi se monsignor Bagnasco possa o non possa intervenire nel dibattito politico. E a dire il vero non sono nemmeno molto in­teressati a cosa monsignor Bagnasco ab­bia da dire. È come se dicessero: “se parla lasciatelo parlare”, tanto noi ci compor­tiamo secondo la nostra coscienza».

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