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Società fiacca governo debole

  Un governo è debole quando non dispone di una maggioranza parlamentare sufficiente per governare. Un governo è debole, in secondo luogo, quando la sua maggioranza è discorde e scollata. E per entrambi questi rispetti il governo di Romano Prodi era e resta debole, debolissimo. Ma noi abbiamo anche una «società debole», fiacca e incapace di difendersi. Come si spiega? A rigor di logica un governo debole potrebbe essere fronteggiato da una società forte che si fa valere. Invece il Paese è flaccido, è passivo. Brontola, ma poi si lascia bastonare. In parte è cosi per retaggio storico. Ma in parte è cosi perché abbiamo avviato un circolo vizioso nel quale il cattivo esempio dell’alto contagia il basso. Vedi, per cominciare, il teppismo nel calcio. Sono decenni che i nostri teppisti viaggiano in trasferta su treni speciali che lietamente devastano. Tanto pagano le ferrovie. Ed è da sempre che le società di calcio sono conniventi con le loro tifoserie estreme. Il governo di Silvio Berlusconi era un governo forte, eppure ha sempre fatto finta di non vedere. Siamo dovuti arrivare al funzionario di polizia ucciso a Catania per indurre il governo a stabilire che i «bravi ragazzi» che assaltano con sassi e spranghe le forze dell’ordine sono da punire in modo esemplare. Vedremo. Al momento i pochissimi fermati per queste inaccettabili violenze sono quasi tutti tornati a casa. Altri casi. Da sempre ferrovie e strade vengono bloccate da scioperanti a vario titolo. Sì; ma non esiste forse un diritto sicuramente prevalente di chi si trova, innocentissimo, in viaggio, di non essere sequestrato? Eppure in questo caso polizia e carabinieri arrivano per guardare. La parola d’ordine del Viminale è, da sempre, «niente grane».

 

 

 

Diritti e legalità vengono patentemente straviolati, ma il governo latita. L’elenco è lungo. Scioperi selvaggi, scuole occupate, case abitate da abusivi, centri sociali extra legem (e che si fanno la legge da soli). Tutte cose assorbite da quel grande ventre molle che siamo ridotti a essere. E il caso esemplare è quello dei telefonini a scuola. La scuola plasma, bene o male, le nuove generazioni. A scuola i giovani dovrebbero imparare qualcosa e il docente dovrebbe fare lezione. Ma sempre più i giovani vanno a scuola con il loro cellulare. E, poverini, come potrebbero sopravvivere al tedio della lezione senza «chattare»? Se non che un professore di Lecco, spazientito, strappa di mano il telefonino a una studentessa che si beffava dei suoi richiami. Sapete com’è andata a finire? I genitori hanno spalleggiato la loro dolce bambina, la vicenda è addirittura finita in Cassazione, e il docente è stato condannato per violenza privata. Incredibile? Sì, sono le storture del diritto, del formalismo giuridico. A maggior ragione, spetterebbe al ministro dell’Istruzione di emanare una norma che vieta il cellulare a scuola e che ne autorizza il sequestro. Coraggio, signor ministro. La scuola è allo sfascio. Cominci a rimediare. La morale di queste storie è che un governo debole non è esentato per questo dal dovere di gestire con diligenza e fermezza gli affari ordinari. Se il governo di Romano Prodi non potrà fare granché in sede di «grandi riforme», non si capisce perché non possa fronteggiare a dovere le emergenze quotidiane. La nostra non è, nei casi succitati, impotenza di governo: è menefreghismo, colpevole noncuranza, e irresponsabilità. Speriamo che dirlo serva a qualcosa.

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