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Tre domande ai sindacati.

Il dibattito sui dipendenti pubblici nullafacenti, che nei giorni scorsi ha ampiamente coinvolto addetti ai lavori e no (1.500 interventi in un giorno e mezzo solo nel forum aperto sul sito del Corriere), almeno a una cosa è servito: cioè a chiarire che la scelta di incominciare da lì, invece che da altre parti, i tagli alla spesa pubblica è tecnicamente praticabile, con una norma abbastanza semplice che attivi e regoli la relativa procedura collettiva. Se non lo si fa e si decide di tagliare altrove, non è perché manchino gli strumenti istituzionali per farlo, ma per ragioni esclusivamente politiche.

Michele Salvati ( Corriere del 3 settembre) e Paolo Leon ( l’Unità del 2 settembre) hanno pienamente ragione quando osservano che il licenziamento per scarso rendimento dei nullafacenti non è la cura dell’inefficienza della pubblica amministrazione: per questa occorre un discorso assai più complesso e articolato. Ma, nella stretta finanziaria che oggi attanaglia il Paese, quella è pur sempre un’opzione possibile in alternativa al prepensionamento dei cinquantenni, al mantenimento dei giovani precari nella inammissibile posizione di «figli di un dio minore», ai tagli sugli investimenti necessari allo sviluppo del Paese. Salvati sottolinea condivisibilmente le cause strutturali dell’inerzia dei dirigenti pubblici (e quale inerzia! A quanto risulta dai repertori, negli ultimi dieci anni non vi è stato neppure un solo caso di licenziamento per scarso rendimento su tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici); ma proprio per questo l’opzione del rigore oggi è praticabile solo con una procedura di riduzione dell’organico attivata per legge, centrata sui criteri della massima inefficienza e improduttività, e una disciplina processuale che garantisca l’effettività dell’operazione, non meno che la sua correttezza e il sacrosanto diritto di difesa di ciascun lavoratore coinvolto.
In molti hanno messo in rilievo il problema etico- politico cruciale sotteso a una scelta di questo genere: il fatto che l’improduttività del lavoratore può non essere dovuta a sua inefficienza personale (scarso impegno o inettitudine professionale), bensì a carenze organizzative o strumentali.

Ma è facile rendersi conto che questo problema non si pone nei casi in cui è pari o vicino allo zero non solo l’indice della produttività, ma anche quello dell’attitudine e dell’impegno personale. E oggi abbiamo strumenti sofisticati per valutare sia l’un dato, sia l’altro. Certo, a chi perde il posto deve essere assicurata tutta l’assistenza possibile; ma si tratterà, appunto, di assistenza e non di stipendio. Chiamare le cose col loro nome è un primo passo importante sulla via del risanamento.

Il dibattito di questi giorni ha infine reso evidente il favore dell’opinione pubblica prevalente verso questa opzione, confermato dall’indagine di Renato Mannheimer. E il presidente del Consiglio ha avuto il grande merito di rispondere positivamente senza esitazione, ribadendo l’impegno di combattere le posizioni di rendita dovunque si annidino, anche nell’impiego pubblico. Questo però non ha impedito che su di un «no» secco si sia invece registrata la più monolitica e salda unità d’azione dei sindacati, dai Cobas alla Ugl: tutti compatti nell’affermare che la questione va affrontata soltanto con i miglioramenti organizzativi, la mobilità interna all’amministrazione e gli incentivi alla produttività; mai con i licenziamenti.
Con questa chiusura ermetica i sindacati del settore pubblico perdono un’occasione importante per togliersi di dosso l’immagine di difensori dei nullafacenti.

Sarebbe però già un passo avanti importante se nei giorni prossimi, quando si apriranno i negoziati per il rinnovo di alcuni tra i più importanti contratti collettivi nazionali del settore, essi non faranno il «gioco delle tre carte», ma confermeranno le aperture della settimana scorsa almeno sulla politica della mobilità e degli incentivi. I negoziatori pubblici farebbero bene a verificarlo, chiedendo subito una risposta concreta e precisa a questi interrogativi, cui l’intera collettività è interessata: — quali sindacati del settore sono davvero pronti ad accettare un meccanismo di mobilità vincolante, in base al quale i dipendenti possano essere trasferiti dagli uffici e funzioni dove c’è sovrabbondanza di organico a quelli dove c’è invece carenza, entro un raggio ragionevole?

— quali sindacati del settore sono pronti ad accettare che una componente importante della retribuzione sia ancorata ai risultati raggiunti, in riferimento a obiettivi prestabiliti comparto per comparto, ufficio per ufficio (per esempio, una componente del 40% del totale per i dirigenti e i funzionari di livello più alto, una componente vicina all’intero aumento contrattuale per gli impiegati medi e bassi)?

— per evitare l’ennesima distribuzione a pioggia di questo incentivo, quali sindacati sono pronti a concordare che esso possa essere erogato nella misura massima solo a una certa quota dei lavoratori interessati (ad esempio: a non più del 20% dell’organico) e nelle misure inferiori via via per altre quote, restandone esclusa una fascia bassa pari ad almeno un quarto o un quinto della categoria?

I sindacati che, dopo aver escluso il licenziamento dei nullafacenti invocando mobilità e incentivi come valide alternative, non fossero disposti a impegnarsi seriamente su questi tre punti, non sarebbero più credibili: essi si prenderebbero gioco del governo e dell’opinione pubblica.

Tre domande ai sindacati.
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