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Troppa, troppa lontananza

“Sono Marianna, moglie di un detenuto immigrato. Ultimamente stiamo vivendo dei disagi enormi. L’anno scorso il mio compagno è stato arrestato e il tribunale di Latina ha emesso una sentenza di tre anni e mezzo di reclusione.

Fino al 30 di marzo di quest’anno il mio compagno ha potuto scontarla nel carcere di Latina, poi c’è stato il trasferimento, un trasferimento assurdo: l ‘hanno portato ad Iglesias in Sardegna. La motivazione che ho ricevuto è stata: “questo carcere è sovraffollato”. Naturalmente questo comporta serissimi problemi per me e per il mio compagno. Con una lontananza di questo tipo, io non ho la possibilità di andarlo a trovare, soprattutto per il fatto che un viaggio in Sardegna costa diverse centinaia di euro, ed essendo disoccupata con una figlia da crescere, non ho disponibilità di tali somme.

Trovo che questa sia una grande ingiustizia, trovo che impedire ad una famiglia di incontrarsi, di vedersi, di coltivare gli affetti, anche se uno dei due ha sbagliato, sia addirittura una violenza psicologica.

Non chiedo riduzioni di pena, né scarcerazioni. Chiedo soltanto la possibilità di poterlo andare a trovare con regolarità, ma per questo è necessario che perlomeno venga riportato nei penitenziari del Lazio dove
noi siamo residenti.

A questa lettera vorrei aggiungere un appello alla sensibilità di chi gestisce i trasferimenti, affinché riescano a comprendere quanto sia importante, per noi che siamo fuori, stare vicino a chi è in carcere.”

Marianna Z.

Il problema di cui ci parla Marianna è negli ultimi tempi decisamente in crescita, poiché estremamente legato alla crescita esponenziale dei detenuti che affollano le carceri italiane.

Non sono poche le famiglie che si trovano ad affrontare sforzi enormi per poter raggiungere i propri cari. Mogli, madri e figli senza avere colpa alcuna si ritrovano anche loro gravati da una sorta di condanna, che si traduce nell’essere obbligati ad affrontare diverse umiliazioni, piccole e grandi, ingenti spese economiche, viaggi interminabili anche in compagnia di figli piccoli. A volte capita addirittura che queste persone siano avvertite di un eventuale trasferimento di un congiunto, solamente al momento in cui si presentano negli istituti per i colloqui. Tutto ciò, per non essere né condannati, né colpevoli di alcunché, oltre ad essere intollerabile è anche insostenibile.

Se però andiamo a vedere nell’Ordinamento Penitenziario quali sono le disposizioni in materia di trasferimenti, vediamo bene e in maniera inequivocabile come determinati diritti, la cui sistematica violazione assume spesso una connotazione odiosamente punitiva, debbano in realtà essere garantiti.

L’articolo 42 di detto Ordinamento così recita: “I trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza, per esigenze dell’istituto, per motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari. Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie.” Viene anche stabilita una distanza in km. I detenuti non dovrebbero essere trasferiti a più di 200km dal luogo di residenza.

E’ evidente che la legge, per quanto bella, non funziona. E trovarne una che funzioni, allo stato delle cose, non sembra agevole, né forse possibile. Del resto quale riforma in tema di carcere e giustizia può mai risultare efficace, se prima non si prendono dei provvedimenti, come l’amnistia e l’indulto, volti alla rimozione di quell’enorme blocco giuridico e sociale che ne soffoca ogni dinamica, ogni possibile cambiamento?

Irene Testa

Associazione radicale “il Detenuto Ignoto”

Troppa, troppa lontananza
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