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Ue, allarme per sviluppo e ricerca

BRUXELLES – L’Europa della ricerca scientifica è in piena crisi, anzi in piena stagnazione. Il tasso di crescita degli investimenti sta declinando dal 2000 ed è ora vicino a zero. E’ l’allarme lanciato dal commissario Ue alla ricerca Janez Potocnik, che ha presentato i “dati-chiave 2005 su scienza tecnologia e innovazione”, elaborati da Bruxelles, annunciando l’invio di una lettera ai ministri della ricerca dei 25 per sensibilizzarli sulla necessità di invertire la tendenza.

Avanza la Cina
. Il vecchio continente fatica a mantenere il passo di Usa e Giappone, mentre alle sue spalle la Cina sta facendo enormi progressi. L’Italia è ancora nel gruppetto di ritardatari, ma comincia ad allungare il passo, anche se soffre per gli scarsi investimenti delle sue imprese. Il dato più preoccupante, sottolineato da Bruxelles, è la “stagnazione” delle spese per ricerca e sviluppo nell’Ue, che nel 2003 si sono fermate all’1,93% del Prodotto interno lordo (Pil). La loro crescita al ritmo dello 0,7% annuo rende impossibile centrare l’obiettivo del 3% del Pil in ricerca entro il 2010 e aumenta il divario con i concorrenti. Gli Usa infatti hanno speso nel 2003 il 2,59% del Pil e il Giappone il 3,15%. Inoltre, se non ci saranno interventi drastici, nel giro di pochi anni l’Europa si vedrà raggiunta nel campo della ricerca e dello sviluppo anche dalla Cina, che nel 2003 ha sborsato l’1,3% del Pil, ma la cui spesa cresce ad un tasso annuo superiore al 10%.

Europa e Italia. Tra gli Stati membri, la Svezia e la Finlandia guidano la classifica dei paesi che investono di più in innovazione, mentre, come prevedibile, le ultime posizioni sono occupate da paesi che hanno aderito di recente all’Unione (Cipro, Lettonia e Polonia). L’Italia, con un’intensità di spesa dell’1,16% del Pil, contro una media Ue di 1,93%, supera solo la Spagna, l’Irlanda e la Grecia tra i vecchi stati membri, e precede i nuovi arrivati, ad eccezione della Slovenia e della Repubblica Ceca. Tuttavia per tasso di crescita delle spese in ricerca e sviluppo si trova in buona posizione: la sua intensità di ricerca cresce del 5,2% l’anno, contro una crescita media Ue del 2,4%. I motivi del divario. Dati che si spiegano con il diverso apporto delle imprese alla ricerca. Negli Usa il settore privato è alla base del 63,15 delle spese per la ricerca. In Giappone si sale al 74,6%, mentre per l’Ue la stessa percentuale scende al 55,6%. Inoltre, mentre per Washington e Tokyo la spesa degli imprenditori in innovazione rappresenta rispettivamente il 2,36% e l’1,78% del Pil, in Europa si scende all’1,23% e, dato ancor più preoccupante, il contributo del settore privato è in diminuzione dal 2000.

Le lacune Ue. I problemi e le lacune dell’Ue si spiegano anche sotto il profilo delle risorse umane. L’Europa, infatti, forma un maggior numero di laureati in discipline scientifiche di Usa e Giappone, ma non è in grado di sfruttare questo potenziale e lascia che buona parte di queste risorse, soprattutto quelle più giovani, vengano attratte da altri paesi. Nel 2003 nell’Ue c’erano solo 5,4 ricercatori ogni 1.000 occupati, contro i 10,1 del Giappone e i 9 degli Stati Uniti.

La fuga dei cervelli. E puntuale si ripresenta un problema che l’Italia conosce bene: la fuga di cervelli, che non solo sottrae risorse preziose, ma sta anche determinando un aumento sensibile dell’età media di ricercatori e scienziati nell’Ue, che si tradurrà in una carenza di personale qualificato ancora più grave nei prossimi anni, dato che nel 2003 il 35% circa dei ricercatori europei aveva tra i 45 e i 64 anni.

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