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Un gioco d'anticipo che spiazza l'Unione

  L’ impressione è che sia cominciata la corsa a ricucire i rapporti con gli Usa, sacrificati finora sull’altare dell’unità del centrosinistra; e che per vincerla, Romano Prodi e Piero Fassino non abbiano esitato a scattare in anticipo. Per qualche ora, ieri, si era pensato che il segretario dei Ds avesse infilato un cuneo vistoso nell’Unione. La sua tesi di un ritiro dall’Iraq «discusso con le autorità irachene e con gli altri Paesi presenti in Iraq», era sembrata a dir poco eterodossa rispetto al resto dell’Unione. E difatti, era stata accolta malissimo dalla sinistra radicale, e maluccio dalla Margherita. Ma l’intervista di Prodi a Newsweek lascia indovinare che l’uscita era concordata. Nel momento in cui il capo dell’Unione ha assicurato che non farà «colpi di teatro come la Spagna», l’eresia di Fassino sì è rivelata un atto di ferrea ortodossia prodiana. Al settimanale Usa, il Professore non ha consegnato solo la garanzia che le truppe italiane lasceranno l’lraq concordandolo con Washington e Londra. Ha anche liquidato mesi di zapaterismo strisciante dell’Unione, in bilico fra europeismo e antiamericanismo.

 

 

 

 Si tratta di una mossa spiazzante; e non solo per Rifondazione comunista e Verdi. Nella Margherita e perfino fra i Ds, le reazioni stupite lo confermano. In fondo, fra mille contorsioni, il ritiro dall’Iraq era diventato un punto fermo di compromesso, se non di accordo per l’Unione. Da ieri, invece, sembra non esserlo più. Con un’inversione dei ruoli imprevisto, ora Fassino teorizza un «tutti a casa» dei militari italiani segnato dalla gradualità, con la benedizione di Prodi. E Rutelli è costretto a inseguire, fra il disorientamento dei suoi.

 

 

 

 «E’ straordinario» ironizzava ieri il coordinatore della Margherita, Dario Franceschini, «come nel centrosinistra riusciamo a complicare anche le cose su cui siamo d’accordo». In quel momento, però, pochi erano a conoscenza dell’intervista del leader a Newsweek. E le tensioni fra Margherita e Ds sulla Sicilia sono apparse aggravate dal ripensamento filo-Usa di Fassino, apparentemente solitario: al punto che all’inizio perfino i diessini hanno negato la svolta. Non a caso Massimo D’Alema, presidente del partito, ha tenuto a precisare che non c’era «nessun cambiamento di linea».

 

 

 

 Rimane da capire quale sarà l’atteggiamento del resto dell’opposizione. L’idea di un ritiro concordato con George Bush e con Tony Blair è l’ultima cosa che la «sinistra antagonista» potesse aspettarsi. Quando Clemente Mastella, segretario dell’Udeur, dà atto a Fassino di avere avanzato una «proposta ragionevole alla quale si è associato Martino», evoca una novità impensabile: un’Unione d’accordo col ministro della Difesa, Antonio Martino. «Maggioranza e opposizione», sostiene il ministro, «possono convergere sul ritiro graduale». Ma è poco verosimile: la convergenza di Prodi e di Fassino ormai punta su Washington e su Londra. E passa per Bruxelles e l’Ue, non per Roma.

Un gioco d'anticipo che spiazza l'Unione
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