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Un nome divide la sinistra

  C’è un solo politico di centrosinistra, Walter Veltroni, tra imolti relatori del convegno che il Cnel dedica all’opera di Marco Biagi. «Ma non vedo a sinistra imbarazzi o silenzi su di lui—dice Veltroni —. Roma ha stabilito di dedicargli una via. Sarà nel Parco Paganini, accanto ai viali che ricordano Ambrosoli e D’Antona. La decisione è presa, ed è appena arrivato il permesso straordinario della prefettura, indispensabile per chi è morto da meno di dieci anni. Ora prenderemo contatti con la famiglia per organizzare la cerimonia».

 

Qualche imbarazzo e qualche silenzio, in realtà, c’è. Una polemica, anche, a Bologna. La sinistra, da sempre attenta alla memoria e alle famiglie delle vittime, la sinistra che ha portato in Parlamento Daria Bonfietti—sorella di Alberto e voce dei familiari dei morti di Ustica —, Carol Beebe Tarantelli, Olga D’Antona, e ora porterà Rosa Calipari, di fronte al lutto per Biagi si presenta divisa e incerta. È una questione di simboli; che, quand’è in gioco la memoria, sono sostanza. A Bologna l’anniversario dell’assassinio di Biagi (19 marzo 2002) sarà ricordato con due cerimonie separate. Quella della famiglia, domenica prossima, nel giorno della ricorrenza. E quella del Comune, il giorno prima. Una circostanza che ha suscitato la protesta non solo della Cdl ma anche degli esponenti locali dello Sdi e della Rosa nel Pugno, che hanno anche pensato a una terza manifestazione, il 19, sul luogo dove il giorno prima il sindaco Cofferati deporrà una corona di fiori: piazzetta Marco Biagi, nell’antico ghetto, a un passo da via Valdonica, dove quella sera attendevano gli assassini.

 

«Io alla cerimonia di Cofferati non andrò—dice Michele Tiraboschi, allievo ed erede della cattedra di Biagi —. Non per polemica, ma perché né gli amici né la famiglia, a quanto mi risulta, sono stati consultati. Sarò presente il 19, alla messa a Modena e alla biciclettata fino a Bologna». Dice Tiraboschi che «in questa vicenda la sinistra sconta un ritardo culturale, peraltro comune alla destra: la logica dell’appartenenza. Che rende incomprensibile la scelta di un uomo come Biagi, collaboratore dei governi dell’Ulivo che continua a lavorare con un altro governo per raggiungere l’obiettivo in cui crede, modernizzare il mercato del lavoro. È uno schema antico e provinciale, che trasforma i vecchi amici in nemici, e purtroppo resiste anche alla tragica morte del mio maestro».

 

Il ritardo culturale non riguarda anche il merito del lavoro di Biagi, a cominciare dalla flessibilità? «Questo no — risponde Tiraboschi —. L’abolizione o lo stravolgimento della legge Biagi sono slogan elettorali. La legge è applicata in tutte le regioni governate dalla sinistra, a cominciare dall’Emilia Romagna. Può essere corretta, come già ha fatto con due decreti il governo Berlusconi, ma una retromarcia è impossibile ». Anche i nomi, quand’è in gioco la memoria, sono sostanza. «Il nome “legge Biagi” è usurpato. Io conoscevo bene Marco, e quelle non erano le sue idee» disse cinque mesi fa Romano Prodi, con poche parole sussurrate in pubblico badando a non suscitare polemiche, a non offendere sensibilità. Di «legge Maroni» ha parlato in tv Massimo D’Alema. «Prodi e D’Alema sbagliano—è la valutazione di Tiraboschi —. La legge venne sì approvata dopo l’assassinio, ma arrivò in Parlamento nel novembre 2001, quando Biagi era vivo. E poi è stata la famiglia, insieme con noi amici e collaboratori, non solo ad accettare ma a chiedere che la legge fosse intitolata a Marco, per onorarne la memoria».

 

Su un punto la maggioranza che governa Bologna smentisce l’allievo di Biagi. «Non è vero che la famiglia non sia stata consultata—dice Gianni Sofri, il fratello maggiore di Adriano, presidente del consiglio comunale —. Io stesso ho parlato più volte con la signora Marina, la moglie. E ho percepito, dietro la sua discrezione e la sua riservatezza, la volontà di restare appartata, distinta dalle cerimonie istituzionali. Per questo le cerimonie saranno due. Del resto, il calendario del Comune di Bologna non è mai stato ortodosso. L’anno scorso celebrammo la Giornata del Ricordo dedicata alle foibe, alla quale io che sono nato vicino a Trieste tenevo moltissimo, con dieci giorni di ritardo causa impegni dei relatori. E quest’anno Renzo Imbeni sarà commemorato due settimane dopo l’anniversario per poter avere a Bologna l’uomo giusto, Veltroni». Una spiegazione che non convince l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca: «Non voglio alimentare polemiche. Ho appena letto sul Resto del Carlino che la nuova giunta ha lasciato cadere il Premio Biagi che avevo istituito. Non commento. Dico solo una cosa: la data della morte è il 19. Se il Comune vuole onorare la memoria di un martire, il giorno per farlo è quello».

 

 

 

Imbarazzo e silenzi. Ma se c’è un uomo nel centrosinistra cui il silenzio non si può rimproverare, è Cofferati. Nel primo anniversario della morte dedicò a Biagi una poesia di Ivano Malcotti, sul sito della Fondazione Di Vittorio che allora presiedeva («Donne di follia/ per risposte imbavagliate/ dal vomito dell’odio/ Il sangue concima il silenzio/ seppellisce il respiro»). «Quello di Biagi è un lascito straordinario, un contributo utile alla crescita del Paese» disse il 31 ottobre 2004, quattro mesi dopo l’elezione a sindaco. Poi volle che il Comune si costituisse parte civile nel processo ai brigatisti, testimoniando in aula che Biagi «aiutò a definire un sistema di regole importante in favore della coesione». L’anno scorso lo commemorò accanto a Sergio Zavoli. Non abbastanza per ricomporre la frattura. La famiglia non c’era.

 

 

 

In questi anni, una sola volta è uscita dal silenzio. Fu quando Cossiga evocò il «mandato politico e morale » dell’assassinio. Parlò allora Francesca Biagi, la sorella, insegnante di educazione fisica: «Alcune delle cose dette dal senatore Francesco Cossiga sono condivise dalla famiglia. Posso dire che tutta la mia famiglia e gli amici di mio fratello non voteranno per Sergio Cofferati». Solidarizzarono gli uomini che in questi giorni hanno riaperto la questione, da Maurizio Sacconi, il socialista divenuto sottosegretario di Forza Italia, ad Alessandra Servidori, una vita nel sindacato, che ha scritto al Carlino per denunciare l’oblio caduto sulla figura di Biagi. Una questione che anche i riformisti del centrosinistra non intendono lasciar cadere.

 

 

 

«La premessa è che la destra ha fatto di peggio, prima negando la scorta al professore, poi definendolo “rompicoglioni” — ricorda Roberto Villetti, capolista alla Camera della Rosa nel Pugno in venti circoscrizioni —. Però dobbiamo riconoscere che pure la sinistra ha commesso un errore. Marco Biagi era uno di noi. Nel ’99 si era candidato al consiglio comunale con l’Ulivo, contro Guazzaloca. Qualcuno non gli ha perdonato di aver lavorato con il governo Berlusconi. E questo è accaduto perché confondiamo ancora il governo con lo Stato, e lo Stato con lo Stato dei partiti. Biagi era un servitore della cosa pubblica, che parte della sinistra ha considerato per questo un avversario ».

 

 

 

A Biagi la Rosa nel Pugno dedica oggi un convegno a Roma con Giavazzi, Boeri, Cisnetto, Mattina, Pannella, Boselli, Bonino e appunto Villetti. Daniele Capezzone, segretario dei radicali, va oltre: «Il nome di Biagi a sinistra è considerato imbarazzante. Impronunciabile. Come se fosse oggetto di una fatwa. Tutti a parlare di legge 30. Invece Biagi è stato un grande socialista. Anziché abolire la legge che ne porta il nome, dobbiamo tornare al suo libro bianco, quello che Cofferati definì limaccioso». Emma Bonino: «Il libro bianco prevedeva anche la riforma degli ammortizzatori sociali. La destra non l’ha fatta, la dobbiamo fare noi». Anche la Bonino sarà a Bologna il 19 marzo. «Ap
riremo la campagna elettorale della Rosa nel Pugno, a Palazzo Re Enzo. E ricorderemo anche il professore, in modo sobrio e in accordo con la famiglia. Non è una strumentalizzazione. Biagi era iscritto allo Sdi, Boselli è un amico di famiglia. Non ci vergogniamo di lui, ne andiamo fieri».

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