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Un’altra vita per i rifiuti

Li abbiamo gettati via senza domandarci dove sarebbero andati a finire fino a che non hanno cominciato a rigurgitare fuori dalle buche in cui speravamo di averli seppelliti per sempre. E abbiamo rischiato di vederci sommersi da tonnellate di rifiuti di ogni tipo, compresi quelli tossici e pericolosi. Allora abbiamo cominciato a recuperare quello che era possibile e abbiamo visto che conveniva: vetro, carta, legno, plastica, metallo trovavano una seconda vita. Oppure a dividere la frazione secca da quella umida. O anche a incenerire i rifiuti per recuperare energia. E qui i problemi si sono moltiplicati. Sono passati millenni da quando i nostri progenitori hanno per la prima volta buttato dietro le spalle il resto del loro pasto con un ampio gesto della mano che ancora oggi significa «rifiuto». Unico fra i viventi, l’uomo non ricicla i rifiuti che produce e prima di Homo la Terra non aveva mai conosciuto un animale in grado di produrre oggetti che altri organismi non riuscissero a decomporre.

E il nostro Paese non sfugge a questa regola. Ogni italiano produce oltre 600 kg di pattume all’anno: un problema dentro casa, ma un affare fuori per le ecomafie che hanno tutto l’interesse di non arrivare mai all’azzeramento dei rifiuti (uno dei motivi per cui in Campania la questione non si risolve). Naturalmente ciò comporta un grave danno ambientale, e c’è da sperare che il caso della discarica di Serre – spostata in una zona più adatta dal punto di vista ambientale – rappresenti un primo passo positivo, visto che è stata la stessa popolazione a indicare il nuovo sito dopo aver rifiutato il primo.

Ma qualcosa si può fare. L’opzione più intelligente e più eco-compatibile è ridurre i rifiuti all’origine, in pratica soprattutto gli imballaggi che costituiscono circa il 40% in peso e il 60% in volume di tutti i rifiuti solidi. È possibile che col tubetto del dentifricio o della maionese si debba acquistare per forza anche un’inutile scatola di cartone? E che fine hanno fatto i bastoncini netta-orecchie di plastica vegetale che si dissolvono nell’acqua dopo l’uso? E siamo sicuri che sia una società sana quella in cui l’involucro è arrivato a costare più del contenuto?

La seconda strada è quella del riciclaggio, la via maestra per inquinare meno e non sprecare materie prime e energia. Basti pensare all’alluminio, uno dei metalli più sfruttati al mondo e che proviene da un minerale di cui non esistono riserve infinite. Con cosa costruiremo gli aeroplani o le pentole del futuro, se l’alluminio prima o poi finirà? L’unica via è utilizzare l’alluminio già impiegato in precedenza: per ottenere 1 kg di alluminio per questa via ci vogliono solo 2000 kilocalorie, quindi, rispetto a 1 kg prodotto direttamente dalla bauxite (per cui ce ne vogliono 48.000), si risparmiano 46.000 kilocalorie. Se si raddoppia la vita media di un materiale automaticamente si dimezzano i consumi di energia, i rifiuti, l’inquinamento e l’esaurimento delle materie prime.

Nel caso dei rifiuti umidi (i resti dei pasti) basterebbe riportare tutta quella massa di potenziali nutrienti organici nel ciclo naturale, invece che in discarica, per poter fare parzialmente a meno dei 23 milioni e mezzo di tonnellate di fertilizzanti chimici gettati ogni anno nelle campagne. E pensare che il compostaggio della frazione umida era consuetudine antichissima delle campagne italiche. Ma anche il recupero dei metalli era già in uso nella Roma imperiale degli scrutarii, i cercatori di materiali ancora utili, dal piombo al ferro, non trascurando vetri e ceramiche.

Ci sarebbero poi gli inceneritori che, si dice, abbattono drasticamente il volume e il peso dei rifiuti e permettono di recuperare anche calore e energia elettrica, con un recupero energetico di materiali che altrimenti sarebbero andati perduti. Non tutto si riesce a riciclare (vedi le stoviglie di plastica usate) e una lattina in alluminio ha il potere energetico di accendere per tre ore un piccolo apparecchio tv. Non è però quella la destinazione migliore per una materia prima perché la termovalorizzazione è comunque uno spreco energetico rispetto al risparmio che si otterrebbe comunque con il riciclaggio: l’energia che si ottiene in questa maniera è sempre molto minore di quella che è stata impiegata per fabbricare l’oggetto.

Il rendimento degli inceneritori non è elevato, né eliminano il problema delle discariche, per via comunque delle ceneri prodotte, né possono granché nelle emergenze, visto che ci vogliono anni per costruirli. Tutto questo senza qui considerare il problema degli inquinamenti da diossine e polveri sottili che inevitabilmente questi impianti portano. Forse nuove tecnologie ci aiuteranno, per ora non ci resta che buttare di meno e recuperare di più, magari rivalutando il vecchio vuoto a rendere che avevamo ingiustamente dimenticato.

Un’altra vita per i rifiuti
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