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Unioni civili: parlare a tutto il Paese

Ha ragione Roberto Cotroneo: la votazione del Consiglio comunale di Roma sul registro delle unioni civili «non è stata una gaffe», ma una scelta politica che parla a tutto il Paese. Perché Roma è la capitale d’Italia e perché Veltroni non è più «solo» il sindaco di Roma, ma anche il segretario del Partito democratico. «Sarebbe il caso», scrive Cotroneo, «di chiedersi in che direzione voglia andare il Pd, soprattutto per capire che tipo di paese ha in mente. Se ha in mente un paese dove i diritti delle coppie di fatto sono diritti fondamentali, o se invece dobbiamo rassegnarci a mediare di continuo con le gerarchie ecclesiastiche sempre più aggressive e determinate». Che «i diritti delle persone che vivono nelle unioni di fatto» (come, per la precisione, recita il programma dell’Unione) siano diritti fondamentali, non solo è indubbio, ma è tema sul quale Roma può vantare una delle esperienze più avanzate del paese. Non c’è diritto, che una amministrazione comunale, in assenza di una organica legge dello Stato, possa riconoscere alle persone conviventi, che il Comune di Roma non abbia in questi anni riconosciuto e garantito.

Per tutto quanto compete al Comune, il soggetto di diritto, interlocutore dell’amministrazione, è la «famiglia anagrafica». In un contesto come questo, l’istituzione del registro delle unioni civili non avrebbe garantito né un diritto, né un servizio in più, rispetto a quelli che il Comune già riconosce e garantisce. Ad essi avrebbe aggiunto, è vero, un’enfasi simbolica: ed è su questo punto che la maggioranza di centrosinistra si è divisa. Il Pd romano, unito, non ha condiviso l’enfatizzazione simbolica. Che avrebbe inutilmente e dannosamente diviso una città che invece, unita, ha già riconosciuto e quotidianamente riconosce ai conviventi tutti i diritti e le opportunità che un Comune può riconoscere.

No, non è stata una gaffe. Ma una decisione politica, figlia della consapevolezza che non solo la città di Roma, ma tutto il paese è stanco di una politica cattiva e inconcludente, che privilegia la chiusura identitaria, sul dialogo e la ricerca di soluzioni condivise ai problemi del paese. Mentre ha una gran voglia, il paese, di una politica più sobria, più propositiva, più costruttiva.

Dinanzi ai diritti delle persone conviventi, una politica che voglia essere costruttiva e propositiva è una politica che prende atto, questa almeno è la mia opinione, che la stagione dei registri delle unioni civili si è conclusa. Ha avuto i suoi meriti, quella stagione, perché ha saputo portare all’attenzione del paese una questione – penso in particolare a quella dei diritti degli omosessuali – troppo a lungo ignorata, rimossa, repressa. Ma ora non è più il tempo della provocazione. È il tempo di costruire risposte concrete. Sul piano amministrativo, come Roma ha saputo fare. Ma anche e ormai soprattutto sul piano legislativo, sul quale il Parlamento invece stenta e tarda. Lì è l’ostacolo da superare, l’intoppo da rimuovere. Come giustamente metteva in evidenza l’ordine del giorno del Pd romano.

C’è chi pensa che quell’ostacolo e quell’intoppo possano essere eliminati con una prova di forza. Sono tra quanti non la pensano così. Cotroneo scrive che «forse metà del paese è contrario a coppie di fatto o a registri civici. Ma l’altra metà è figlia di una tradizione laica, liberale e progressista, che ritiene certi diritti fondamentali per il rispetto e la convivenza civile». Non condivido questa semplificazione. Anche perché, se dovessimo farla nostra, ci condurrebbe alla conclusione che, nell’attuale parlamento – il parlamento che pure ci consente, con Prodi, di governare – una maggioranza per una legge sulle coppie di fatto, semplicemente non c’è. E non per responsabilità del Partito democratico. Per fortuna la semplificazione di Cotroneo non è una descrizione fedele e convincente della realtà. In parlamento, come nel paese, ci sono molte più sfumature e perfino contraddizioni di quelle che siamo disposti a riconoscere. C’è dunque un grande spazio per una politica che punti ad unire e non a dividere il paese sulle grandi questioni etiche che riguardano la vita e la morte, la sessualità e la famiglia. Come avvenne nel 1975, un anno dopo il referendum sul divorzio, quando un vastissimo arco di forze politiche seppe produrre quella grande svolta legislativa e culturale che è stato il nuovo diritto di famiglia.

C’è un tempo per dividere e c’è un tempo per unire. Ce lo ha ricordato in questi giorni Zapatero. Col suo no a chi voleva impegnare il Psoe in una battaglia per la revisione in senso permissivo della legge sull’aborto. Non è saggio, ha detto, dividere il paese su un punto così delicato in questo momento. Non penso si possa imputare al presidente del governo spagnolo un deficit di laicità. Semmai, si deve riconoscergli la saggezza della leadership: non solo di una parte politica, ma di un intero, grande Paese.

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