Un taxi chiamato desiderio (di futuro)

Di Mario Pietrunti.

C’è un aspetto della questione dello sciopero selvaggio dei tassisti romani di questi giorni che nel dibattito pubblico è stato forse un po’ trascurato, forse perché in Italia da diversi anni abbiamo imparato a non considerarlo più di tanto. Ed è un aspetto non secondario della vicenda, perché riguarda il ruolo delle istituzioni nel garantire l’offerta di un servizio pubblico (mediante fornitura diretta o tramite soggetti privati). In altre parole, il nodo del contendere non dovrebbe ridursi a una mera scelta di campo tra chi sostiene le ragioni dei tassisti e chi invece difende i diritti degli utenti. Ragionare intorno alla questione in questi termini rischia di essere fuorviante e soprattutto non aiuta ad individuare una soluzione soddisfacente per l’intera collettività.

Il compito dei soggetti che sovrintendono al servizio pubblico non è infatti quello di schierarsi a favore o contro una determinata categoria di soggetti, ma di assicurare un ordinato governo di un fenomeno che nel tempo può essere soggetto a cambiamenti tecnologici o del contesto economico e sociale. Il punto del contendere non può quindi ridursi alla strenua difesa di un gruppo di interesse (nel caso specifico, i tassisti) che vede minacciato il proprio mercato da forze esterne. E non è un argomento sufficiente il fatto che questo gruppo abbia nel tempo investito ingenti risorse nella tutela della propria rendita, che ora perde drasticamente di valore a causa dell’ingresso di altri soggetti in concorrenza per lo stesso mercato. Perché questo argomento potrebbe applicarsi a moltissime altre categorie, come ad esempio gli edicolanti, che sempre più vengono minacciate dall’offerta di beni e servizi via internet.

Quello che ci si attenderebbe da amministratori pubblici lungimiranti sarebbe piuttosto una visione strategica, per poter fornire risposte su come si intende garantire il servizio pubblico nei prossimi decenni e su come rendere la transizione al nuovo regime concorrenziale meno traumatica possibile per l’intera collettività (quindi non solo per i tassisti, ma anche per gli altri fornitori del servizio e, soprattutto, per gli utenti).

Per fare questo però occorre lungimiranza e programmazione; non si può improvvisare una strategia da un giorno all’altro (e infatti il sindaco Raggi su questo tema, come su tanti altri, ha ancora una volta dimostrato di non avere una strategia, improvvisando, appunto, di giorno in giorno e supportando le minoranze organizzate di turno). È quindi inevitabile che lo scontro tra interessi contrapposti, quando malgovernato, si trasformi soltanto in caos e disagi, senza che per questo si possa impedire alle trasformazioni in atto di compiersi. Non è infatti un caso che proprio nei giorni di sciopero dei taxi le richieste di prenotazione di Uber e di vari servizi di car sharing siano bruscamente aumentate. Per citare lo slogan utilizzato nel recente congresso di Radicali Italiani, quello che si chiede al politico, in ultima istanza, è dunque di “dare un futuro al futuro”, perché in ogni caso il futuro arriva, sta alle classi dirigenti cercare di governarlo e di plasmarlo secondo le esigenze della collettività.

La vicenda dei taxi è allora sintomatica di un modo molto più diffuso di (non) gestire i problemi delle società in cui viviamo. Ad esempio, come da lungo tempo denunciato da Radicali Roma, il voler chiudere gli occhi di fronte al fenomeno delle migrazioni non risolve di certo il problema dell’integrazione dei migranti. Far dormire in strada al freddo decine di persone ogni notte, senza pensare a un sistema strutturale di accoglienza e integrazione, non comporta soltanto una violazione dei più elementari diritti umani, ma in ottica strettamente politica risulta anche un modo miope di affrontare un problema che esiste comunque e che il voltarsi dall’altra parte di certo non elimina.

Insomma, soprattutto in tempi di rapido cambiamento tecnologico e sociale come quelli che stiamo vivendo, la prima caratteristica che sarebbe auspicabile individuare in chi amministra la cosa pubblica è quella di guardare con coraggio e lungimiranza al futuro. Chiudere le porte alla realtà non serve ad arginare fenomeni più grandi di noi, ma contribuisce soltanto a renderne l’impatto sulle nostre vite più traumatico. Noi radicali non abbiamo paura del cambiamento: dimostralo anche tu supportando la nostra azione.

Un taxi chiamato desiderio (di futuro)
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